In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Eccomi

Blogger: onlyyou
Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.

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giovedì, 28 febbraio 2008

L'INCAVO DEL CUORE
Come una conca. Dove si convoglia ogni neve che si scioglie, ogni sasso che rotola, ogni sentiero che scende dal pendio. Come una conca, il cuore raccoglie cose e le racchiude, per sempre. Azioni e sensazioni lì si cullano, si addormentano, si risvegliano di continuo, più frequenti di albe e tramonti e giorni che passano. Emozioni e ferite lì finiscono per fermarsi, come l’acqua di un lago alpino che non si prosciuga nemmeno sotto il sole. Ciò che noi viviamo, realizziamo, schiviamo, ciò che gli altri fanno o non fanno, ciò che vorremmo e non può essere, ciò che avevamo sognato illudendoci, tutto è lì, nell’incavo del cuore. Dai fianchi scoscesi dei pensieri scivolano ricordi che sembrano folate di vento d’autunno. Rivedo una piazza tonda nella quale ho passeggiato, punteggiata di archi e biciclette, piena d’amore e di ghirlande del Natale; rivedo un padre con in mano un mazzo di fiori in piazza Cavour, era tanto tempo fa; rivedo mio nonno Carlo seduto sul balcone che mi sorride, e uno zio che venne a trovarmi in ospedale, sono passati secoli e lui dall’altro ieri non c’è più e nessuno mi aveva avvertita, bella famiglia la mia. Rivedo lucciole e prati di felci, rivedo un teatro raccolto, stipato di foto, risate e lampadari retrò, e me abbracciata alla poltrona più rossa della platea, e le mie scarpe bagnate di pioggia che saltellavano allegre qua e là. Poi mi torna in mente la mensola di vetro in un bagno provvisorio, simbolico disordine che è incastro perfetto e magia, e ancora penso a una vestaglia bianca, a una maglietta blu, alla paura di un incontro, allo squagliarsi di un’attesa, alla tristezza di un addio, a quanto male fa il silenzio, a una stazione a mezz’asta tra due vite, palcoscenico di un momento che non avrei pensato così distante dal qui e ora, da questo incavo di tristezza che vorrebbe andarsene ma non sa risalire fino alla vetta, e arranca e si scoraggia e aspetta un disgelo che forse non verrà.

Postato da: onlyyou a 23:26 | link | commenti (10)
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sabato, 23 febbraio 2008

(Milano, Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, visto da via Negri)

CI SONO SILENZI

Ci sono silenzi
che costruiscono enormi castelli,
nelle nostre anime scosse;
e noi raccogliamo in essi
bauli di parole, di emozioni,
di doni mai offerti,
che finiscono
o con l'incenerirsi
al primo fuoco,
o con l'ammuffire,
e coinvolgere
nel loro decadimento
le mura intere.

(Carlo Bramanti)

 

Postato da: onlyyou a 12:02 | link | commenti (9)
poesia, ricordi, tristezza, fotografie, solitudine

lunedì, 18 febbraio 2008

 
 
MI MANCA 
 
Mi manca l’amore di sole
dei tuoi occhi
per guardare autunno
già lento e freddo
che discende sopra il mio corpo.
 
Mi manca il tuo ritorno
all’ora giusta
per mangiare il pane insieme,
per dormire con il tuo sonno accanto.
C’era più luce nella perduta festa
che tu aprivi all’alba
con l’antico suono di un nuovo giorno.
 
Mi pare ormai una leggenda
la tua voce che divaga sola
fra i racconti dell’infanzia.
Parlarti è una preghiera:
che il tuo sorriso non sia stanco,
che tu non veda piangere il mio pianto.
Che tu torni dal viaggio
con le grandi mani aperte
a dare un segno di calore.
 
Albino Comelli

Postato da: onlyyou a 19:24 | link | commenti (7)
poesia, tristezza, fotografie, solitudine

domenica, 17 febbraio 2008

DOVE NON VADO PIU'
Ci sono posti dove non vado più. Posti che non frequento perché legati a brutti ricordi. Come qualche ospedale sparso nella mia zona, come il parcheggio di quella vecchia scuola media dove mio padre mi salutò per l’ultima volta, come i treni a scompartimento e le metropolitane quando fuori è buio. Non è quel che penso, ma quel che ho vissuto, a frenarmi.
Ci sono poi luoghi che non bazzico perché il tempo e la vita lì ora non mi portano: una casina affacciata sul lago, la “mia” San Lorenzo incastrata al principio della Val d’Ambiez, la spiaggia di Cala Croce assolata e solitaria, i Templi di Paestum o la scuola dismessa di Valpelline, rifugio di tante escursioni e sarabande di amici. Luoghi cristallizzati nella memoria e nel cuore. Non è quel che ho avuto, ma quel che manca ora, a impedirmi di rivederli.
Ci sono infine angoli sacri dell’anima, dove ho deciso di non tornare a passeggiare. Sterminate pagine ora non scritte, come fossero desideri che nessuno ha potuto esaudire. Le dita e lo sguardo le hanno percorse in ogni senso, in ogni senso hanno cercato e amato e trovato commozione in quegli spazi virtuali. Ora quei testi sono chiusi, perduti per sempre come la biblioteca di Alessandria. Chiusi a me che sono un libro aperto. Ed è ciò che non vedo, non quel che vedo, a fermarmi dal proseguire.

Postato da: onlyyou a 14:36 | link | commenti (9)
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lunedì, 11 febbraio 2008

IL GRANDE SALTO E SORELLA SOLITUDINE

 
Sono qui, sull’orlo, che attendo. Attendo e guardo giù. C’è una strada aperta, oltre il burrone, che non posso non percorrere. Sospiro, guardo dietro me, cerco ragioni per restare. Vedo solo un grande stagno dove rane e ninfee nuotano insoddisfatte nella noia. Penso a tutti i giorni galleggianti nei quali ho immaginato che avrei voluto schizzare fuori da lì e cominciare a saltellare nell’erba fresca. Penso a quante volte qualche principe  dei rospi mi ha gracchiato contro o sotto il pelo dell’acqua. E ricordo ogni tentativo fallito, ogni tuffo per nascondermi sotto una foglia, ogni batticuore. Ricordo parole al vento, correnti avverse, ore di traverso. Adesso il vento soffia dalla giusta direzione. Ma a restare qui, sul precipizio-balcone, sembra contrario, quasi a voler dondolare una vertigine. Io sto aspettando, da giorni. Il re ranocchio, grillo parlante più che altro, ha deciso per me. Sporgo la testa e la vedo, quella strada che si srotola. Posso valutare come mettere i piedi, non posso prevedere ogni curva e ogni cespuglio, ma indietro non si torna: in quel pozzo dimenticato c’è da perderci solo tempo. E il tempo è vita. Tra poco vado, quando è il momento vado, vincendo la paura. Compiendo il grande salto con gli occhi chiusi e il naso tappato. Sarà solitudine. Sorella che anche ora mi balla intorno. Cerco un bastone, lo faccio da me usando un ramo di nocciolo colto da terra, come ho imparato in montagna. Togliendo le parti sporgenti con un coltellino che pare una minifalce. Mia nonna la chiamava “la britola”, io mi perdevo nelle ore a intagliare legno sul poggiolo di quel monolocale in mezzo al Brenta. Avevo rubato il mestiere agli alpinisti, frequentando i sentieri della val d’Ambiez, ragazzina insicura che vedeva difficoltà, magia e profumo di pino dappertutto. Cadenzo il passo e osservo i miei piedi, zampe di rana asciutte e traballanti. Da qualche parte giungerò. Guardo in basso, mai la cima. Così, se la strada fosse lunga, non proverò sconforto.
 

Postato da: onlyyou a 22:16 | link | commenti (10)
pensieri, ricordi, progetti, lavoro, fotografie, islanda, montagna, solitudine, saudade