In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

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Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.

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mercoledì, 26 aprile 2006

CHERNOBYL, OBIETTIVO SUI SOPRAVVISSUTI

Di Barbara Silbe (da Il Giornale del 26 aprile 2006)

Era il 26 aprile del 1986, sono trascorsi giusto vent’anni. A Chernobyl si compie il più grave disastro nucleare e tecnologico di ogni tempo. Dapprima passa nel silenzio, poi porta morte e distruzione fino a noi, qui, accoccolati nel Terzo millennio come se il passato non fosse esistito. Invece... Un fotoreporter milanese, Elio Colavolpe dell’agenzia Emblema (nel suo curriculum la copertura dei maggiori conflitti recenti avvenuti sul nostro pianeta: Albania, Kosovo, Afghanistan, Iraq), tra il 2004 e il 2005 compie due viaggi tra Bielorussia e Ucraina per raccontare e documentare la vita di tutti i giorni nelle zone contaminate attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Una piccola parte di quel lavoro è da oggi esposto alla Galleria Blanchaert, piazza Sant’Ambrogio 4, Milano. Inaugurazione alle 18, aperta tutti i giorni dalle 15 alle 19, fino al 3 maggio.
Un silenzio che abbaglia, lo si sente, palpabile, anche attraverso le immagini. E un paesaggio così desolato che sembra di passare appena dopo una guerra, dopo le bombe su una città. Questo trasmettono gli scatti esposti. «Ho cercato di privilegiare l’estetica piuttosto che la ricerca della notizia - esordisce l’autore - È un racconto elegante, privo di angoscia e orrore, per scelta. Ho preferito uscire dal contesto giornalistico per adattare il lavoro anche a chi è sensibile al punto di vista artistico». «E poi - prosegue - mentre selezionavo cosa esporre pensavo alla mia nipotina di undici anni. Lei non sa niente di Chernobyl, ma le hanno insegnato che cos’è il nucleare. Il mio modo di comunicare quello che ho visto tenta di adattarsi a lei e a chi come lei quei momenti non li ha vissuti».
Si ferma, Colavolpe. Poi rivela i segni lasciati da quello che ha visto. «Dopo essere stato laggiù, la mia opinione sul nucleare è cambiata nettamente. Ora so che se mi costruissero una centrale vicino a casa, mi sposterei immediatamente». Ragionamenti politici? «Per niente, direi piuttosto istinto di sopravvivenza. C’è un medico - dice - del quale le vorrei parlare. Si tratta di una donna, l’ho incontrata durante il réportage. È addetta al controllo della radioattività in quei luoghi. Le portano di tutto, ortaggi, frutta, funghi, piante. Il suo lavoro consiste nel guardare se i prodotti sono radioattivi o meno, che vengono poi restituiti o buttati in base agli esiti dei test. Bhè, la gente tenta comunque di riprendersi le sue cose, oppure smette di portargliele. C’è fame, da quelle parti. Prevale il bisogno primario di mangiare ora, senza pensare alle conseguenze future». A pensarci, è agghiacciante. Colavolpe conclude con un aneddoto altrettanto sinistro. Parla delle foglie degli alberi. «Dalla finestra del mio appartamento - dice quieto - al mattino vedevo un sacco di spazzini fare pulizie di fino. Mi trovavo a Gomel, in Bielorussia, sembrava una città linda, sembrava di essere in Svizzera. Ero colpito. Quando ho chiesto la ragione di tanta frenesia, mi è stato spiegato che esistono squadre numerosissime di persone, pagate dallo stato, che hanno l’incarico di togliere da terra ogni foglia che cade, ogni rametto, ogni granello di polvere, perché tutto è radioattivo e va sotterrato in siti appositamente adibiti allo scopo». Un’eredità silenziosa, che verrà lasciata ai figli e ai nipoti di genti e terre dimenticate.

 

 

Postato da: onlyyou a 22:04 | link | commenti (11)
articoli, fotografia

lunedì, 24 aprile 2006

L'albatro
-Charles  Baudelaire

Per dilettarsi, sovente, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
il bastimento che scivolando va su amari abissi.
E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti,
le candide e grandi ali. Com'è goffo
e imbelle questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, come è brutto
e comico! Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l'infermo che volava, zoppicando
mima.
Come il principe delle nubi
è il poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni ,
le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.

(Ricordi del liceo, e dell'università, che ora mi tornano in mente, come impronte di scarpe sulla battigia della vita... Domani un onda li carezzerà, per lasciarli riaffiorare chissà quando dalla sabbia)

Postato da: onlyyou a 22:48 | link | commenti (5)
poesia

domenica, 23 aprile 2006

 

IL RESPIRO DELLE NUVOLE

Le nuvole respirano

io, stamattina, le ho sentite

respirano e soffiano e cantano

E giocano a rincorrersi

inquiete

sulle strade

sui campi e sui ponti

Batuffoli immensi

le nuvole

sono la polvere sollevata

dai pensieri

sono un bagliore in movimento

verso l'orizzonte

Le nubi lambisco i tetti delle case

stanno tra le nostre lenzuola stese

e tentano di parlarci

ma noi non siamo in ascolto

noi di rado spostiamo lo sguardo

dalla terra al cielo

e inseguire le nuvole

significa anelare ai nostri sogni

avendo occhi nuovi

e nuove percezioni

Postato da: onlyyou a 10:06 | link | commenti (4)
poesia

venerdì, 21 aprile 2006

OBIETTIVO SUL NOVECENTO, LUCI E OMBRE D'UN SECOLO NEGLI SCATTI DI "LIFE"

Di Barbara Silbe (da Il Giornale del 19 aprile 2006)


Guerre senza sangue, tragedie senza lacrime. Era questa la legge non scritta di Life. Era il Novecento in punta di piedi, con le sue efferatezze e le glorie appena accennate, per lasciare più posto alla fantasia. Gli autori che hanno lavorato per la celebre rivista americana erano pionieri del fotogiornalismo, riprendevano il mondo come fosse un palcoscenico, prestando attenzione alle persone, a ogni commediante, e agli spettatori. Facevano da tramite tra l’attualità e la gente, ancora pura, ancora capace di sorprendersi. Il meglio della loro produzione è ora raccolto in una mostra dal titolo «Life. I grandi fotografi»: 150 scatti memorabili, raccolti al milanese Spazio Forma, Centro Internazionale di Fotografia da oggi al 3 settembre, racconteranno la nascita, l’evoluzione e il consolidarsi di quella visione del mondo stile Life ancora oggi cristallizzata sotto un velo di nostalgia.
Erano altri tempi. Erano tempi di olocausti e sconvolgenti rivoluzioni sociali, erano le minigonne e il drive-in che ammaliava i giovani americani, era la guerra del Vietnam e la saga dei Kennedy, i Beatles o la costruzione dei primi grattacieli di New York. Questi professionisti si spingevano in prima linea, già allora. Con una sorta di puntiglioso impegno che oggi non esiste più, per la troppa competizione.
Dello staff di Life fecero parte alcuni dei più autorevoli maestri dell’obiettivo, 99 in tutto. «Vedere la vita, vedere il mondo»; questo il loro motto. Robert Capa era a Omaha Beach per raccontare lo sbarco in Normandia; Margaret Bourke-Withe, prima fotografa donna accreditata nella Seconda guerra mondiale, testimoniò la liberazione del campo di Buchenwald, in Germania, nel 1945; David Douglas Duncan spiegò al mondo il conflitto di Corea attraverso il pianto di un soldato; Ralph Morse ritrasse gli astronauti del Project Mercury e le loro famiglie, vivendoci a stretto contatto tanto da guadagnarsi il soprannome di «ottavo astronauta». Su entrambe le sponde dell’Atlantico le genti comuni del XX secolo godevano di ogni singolo fotogramma, come se la vita altrui, volti e gesti e sentimenti, diventasse di colpo parte della loro. La rivista trattava gli argomenti più disparati, l’unico intento era quello di scovare storie, di sondare ogni aspetto dell’uomo, di mostrare luoghi mai visti. Carlo Bavagnoli, unico reporter italiano a lavorare con loro, divenuto celebre per uno scatto a Jane Fonda nei panni di Barbarella, datato 1967, ricorda gli esordi di quel magazine leggendario. «Si propose come una rivista di immagini, per contrastare lo stile di Time, considerato l’élite del giornalismo un po’ snob uscito da Harvard, ma fatto anche di tante parole e pomposità». I concetti invecchiano, le fotografie si trasformano in icone senza tempo, restando impresse nella memoria per sempre. «Con quel modo di lavorare - prosegue Bavagnoli - noi fotografi eravamo protagonisti. Io mi ritengo molto fortunato, quell’esperienza mi ha anche permesso di tirare fuori tutta la mia umanità. È molto facile fare retorica con immagini di miseria, e alla fine ci si abitua anche a quelle. Per noi non c’era mai niente di programmato, niente di preciso, tranne che per gli eventi che erano troppo importanti per venire ignorati. Tutto il resto era improvvisazione, istinto, era senza limiti nella scelta dei soggetti, dei confini e dei racconti, pur con grande responsabilità. Ci si affidava al rispetto del prossimo, all’exploit visivo, alla nostra genialità e al coraggio, allo sguardo posato sui fatti e sulle cose».
Il catalogo, una corposa antologia per immagini che abbraccia tutto il Novecento, è edito da Contrasto. Da domani al 21 maggio alla retrospettiva sarà affiancata una seconda mostra dal titolo «Used in Life Magazine», selezione di stampe vintage di Life effettivamente usate per la pubblicazione dagli anni Trenta agli anni Cinquanta. Un’altra storia, quella di una vita fa.

Times Square, VJ Day, 1945. Foto di Alfred Eisenstaedt/LIFE

Postato da: onlyyou a 16:53 | link | commenti (6)
articoli, fotografia

domenica, 16 aprile 2006

Il destino non è una catena, ma un volo.

(Alessandro Baricco)

Postato da: onlyyou a 19:06 | link | commenti (12)
baricco, aforismi

mercoledì, 12 aprile 2006

PIU' NUDO, SGUARDO DI DONNA SULLE DONNE

Di Barbara Silbe

Pittura, scultura e architettura, insieme. Tutto in una foto. Tutto tra ombre e forme, ottenute con inquadrature ravvicinate del corpo femminile. Non possiamo definirli nudi in senso stretto. Sono, davvero, elaborazioni precise in cerca di dettagli e movenze che diventano astratte. L’autrice di queste immagini è Ewa-Mari Johansson, svedese formatasi negli Stati Uniti che lavora per diverse testate di moda (Vogue, Amica, Harper’s Bazar, Elle) e che ha già esposto più volte in Italia. Anche alla Galleria 70 di via Moscova, che raccoglie 21 delle sue opere fino al 13 maggio, era già stata allestita una sua personale nel 2004. Mentre allora si trattava di corpi femminili perfettamente riconoscibili e ridipinti con forme geometriche che ne esaltavano gli equilibri estetici, questa volta le inquadrature sono a ridosso del soggetto, mancano i confini e i rapporti con lo spazio, manca perfino il riconoscimento anatomico. Come allora però, nella mostra in corso dal titolo “Più nudo”, abbiamo a che fare con il bianco e nero, che accentua l’ordine e la sensualità e l’astrazione.
Si avverte, osservando queste fotografie, una sorta di smarrimento, una vertigine che rende necessaria maggiore concentrazione. Appare un braccio, un seno, un ginocchio in evidenza, o gambe e gomiti intrecciati fino a formare uno strano ondeggiare. Sembrano muoversi, queste opere, come le dune di un deserto immaginario, come i pensieri, evanescenti eppure tanto intensi da stordire. Si potrebbe proseguire con numerosi termini di paragone, per spiegare Ewa-Mari Johansson, ma si toglierebbe forse qualcosa all’immaginario di chi osserva. E ad ascoltarci parlare, questa donna statuaria, bionde trecce, occhi armoniosi, lei che osserva l’universo femminile senza l’aggressività, l’estasi e il desiderio di possesso che avrebbe invece un uomo, lei, dicevamo, sorriderebbe divertita. Perché in fondo, pur essendo fotografa, scultrice, coreografa e architetto, con la sua arte tende a semplificare, a concentrarsi sull’armonia, sulla metafisica, sulla bellezza, esatta come una formula matematica.
Le opere esposte, tutte realizzate tra il 2004 e il 2005, sono tirate ciascuna in cinque esemplari numerati e firmati e sono in vendita. La Galleria 70 di via Moscova 27 è aperta con ingresso libero dalle 10 alle 13.30 e dalle 16 alle 19.30; chiuso domenica e lunedì. Per informazioni, tel. 02.6597809.

Postato da: onlyyou a 15:58 | link | commenti (6)
articoli, fotografia

martedì, 11 aprile 2006

TUTTO L'EROTISMO IN UNA MANCIATA DI POLAROID

Alla Galleria Photology di Milano in mostra gli scatti di cinque maestri del genere.

(Di Barbara Silbe )

Cinquant'anni. E cinque autori, simbolo di diverse epoche del secondo Novecento. Unico collante, l'erotismo, raccontato attraverso tante polaroid. Ecco riassunto il senso della mostra allestita alla Galleria Photology di via Moscova 25 a Milano, dal titolo «Polamaniacs». In circa ottanta immagini, alcuni dei maggiori esponenti della fotografia contemporanea giocano e indugiano sui sensi, utilizzando l'invenzione più veloce, spontanea e intima di tutti i tempi. I maestri dell’obiettivo sono Carlo Mollino, Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton, Nobuyoshi Araki, elencati in ordine cronologico. Ognuno di loro rappresenta un decennio, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Poca attenzione alla tecnica, poca necessità di averne. Privilegiata la rappresentazione, il gioco. Bandita al contempo ogni censura, come in un dialogo intimo e fresco, tra artista e soggetto e chi osserva l’opera. C’è il bisogno di definire, attraverso questo balletto a tre, il senso del proprio Io e dell’Altro da sè. C’è l’indugiare, in ogni inquadratura, sulla realtà, e attenzione alla composizione estetica, come in un dipinto Neoclassico. Newton, indiscusso re della fotografia erotica, si divertì con la velocità della polaroid, fino a raccogliere quelle opere in un ricercatissimo volume dal titolo «Polawoman». Gli scatti di Mapplethorpe invece, hanno come soggetto privilegiato se stesso, mentre il giapponese Araki è energia pura, si espande in ogni direzione, concentrato sulle donne, su bellezza e disgusto, su indecenza e purezza. Di Mollino viene evidenziata l’eleganza quasi scultorea dei suoi clic, vere messe in scena al limite della letteratura. Infine Warhol, esplicito e provocante, che ci racconta sue esperienze tra ambiguità e sogno. Aperta fino al 2 giugno. Per informazioni, tel. 02.6595285.

Postato da: onlyyou a 19:48 | link | commenti (3)
articoli, fotografia

domenica, 09 aprile 2006

INCANTESIMO IRLANDA

 

 

 

L’Irlanda, per me, fu un diluvio di colori, amici e  musica ribelle. Fu un incantesimo, da subito, di declivi verdi, scogliere, fiumi scuri e gente semplice. L’atmosfera che ho respirato su quest’isola di smeraldo, ce l’ho ancora nel naso e nel cuore. Smarrita, sola, studentessa, arrivai all’aeroporto di Dublino il 7 gennaio di quindici anni fa. Era addobbato per il Natale appena passato, renne finte per divertire i bambini e agrifogli e pini dappertutto. Mi aspettavo il freddo del nord, trovai calore latino. Ospitata da una famiglia straordinaria, ironia e tenerezza che dilagava, in quella casa, mi ci accovacciai in mezzo come se fosse la mia. Bene, che mi porto dentro, anche ora. Un rapporto ridotto, oggi, a cartoline, lettere e telefonate a centinaia di chilometri di distanza che fanno ancora commuovere… Peccato perdersi. Peccato lasciarsi dietro tanto, lungo la strada. La vita, però, è anche questo. E’ un andirivieni di volti e sguardi e sentimenti che si incrociano, scherzi del Destino che non sempre tocca tutto quello che vorrebbe, e perdersi fa male.

Questo Paese può essere avventure indimenticabili. Puoi metterci un giorno ad attraversare una pozzanghera, quassù. Incontri cavalli, castelli diroccati, croci celtiche, spiagge da film e folletti, dappertutto.

L’Irlanda è vento, è nuvole che camminano con te, come dice la Mannoia. Piove, spesso, ma non sempre. E quando no, i giardini sorridono, le colline risplendono, le pecore dalla testa nera escono dalle stalle, brucano l’erba e ti si parano davanti sulla strada, sempre dietro qualche curva, da non credere. I pub, un tempo, erano davvero la seconda casa degli irlandesi. Oggi meno. Nei miei quattro viaggi lassù l’ho vista cambiare tanto, quella terra. Un tempo mentalità di provincia, di isola in mezzo al mare, ancorata a tradizioni povere e religione come pochi stati al mondo, oggi è futuro e benessere e disparità sociali che sembra l’America. In giro per la “mia” Dublino, recentemente, ho visto homeless ai lati delle strade, prima erano più rari. Interi quartieri della città si sono trasformati in ritrovi giovani, pieni di locali notturni e brulicanti di nuove tendenze, come Londra, come New York. Quello che prima si comprava per cifre ragionevoli, oggi è business, perfino i maglioni bianchi fatti sulle isole Aran, arzigogoli ruvidi e caldissimi, sono diventati inavvicinabili. Oggi la capitale è una città cosmopolita e roboante, architettura strana, letteratura sempre in fermento, gente che chissà dove vuole andare. Cambia, il mondo. Cambia l’economia e cambiano le persone, purtroppo. Un po’ ovunque.

Postato da: onlyyou a 18:07 | link | commenti (5)
viaggi, irlanda

venerdì, 07 aprile 2006

Il Passato

Emily  Dickinson

E' una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all'estasi
O alla disperazione.

Se qualcuno l'incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!

Postato da: onlyyou a 19:45 | link | commenti (5)
poesia

DUE FESTIVAL DI FOTOGRAFIA DA NON PEDERE

di Barbara Silbe

 

Tra i numerosi eventi di fotografia di questa primavera che stenta a sbocciare, ne segnaliamo un paio di imperdibili per districarsi nel labirinto delle proposte. Durerà fino al 31 maggio l’ormai autorevole FotoGrafia Festival di Roma, manifestazione a carattere internazionale giunta alla quinta edizione che prevede circa 100 mostre in musei, gallerie, librerie, teatri, stazioni e spazi pubblici della capitale. La kermesse, ideata e diretta da Marco Delogu, promossa dal Comune e prodotta da Zone Attive, si sviluppa questa volta su un titolo impegnativo: “Novecento. La necessità della fotografia”. A fare da istrionico capitano della compagnia di saltimbanchi dell’arte è stato chiamato l’autore inglese Martin Parr, al quale il Festival ha affidato il compito di raccontare “Tutta Roma”, questo il taglio del progetto, e il fenomeno del turismo di massa tipico del secolo appena trascorso. Negli stessi spazi di Palazzo Caffarelli, sede dei Musei Capitolini, è prevista un’altra esposizione sul tema “Il secolo delle vacanze”, con opere di grandi maestri del genere come Lartigue o Cartier-Bresson, Berengo Gardin e Massimo Vitali.

Il secolo appena trascorso è analizzato attraverso tutti i fenomeni che lo hanno caratterizzato: le guerre, le violenze agli uomini e all’ambiente, la fame, la morte. Notevoli gli scatti di Letizia Battaglia e Franco Zecchin sulla mafia, esposti a Palazzo della Calcografia, e poi le retrospettive su Mario Dondero e Giuseppe Cavalli, o quella sul compianto “Luigi Ghirri e le cartoline di paesaggio”, al Museo di Roma in Trastevere. Molti anche gli autori delle nuove generazioni. Tra loro Riccardo Mazzoni, Lorenzo Vitturi ed Eva Frapiccini, concentrata sugli anni del terrorismo.  L’esposizione che chiuderà il FotoGrafia Festival è quella dedicata alle immagini premiate dal “World Press Photo”, il più prestigioso premio internazionale dedicato al fotogiornalismo, visitabile in maggio sia a Roma che a Milano (presso la Galleria Carla Sozzani). Vincitore assoluto per questa edizione, la 49esima, è il fotografo canadese Finnbarr O’Reilly, dell’agenzia Reuters, con un clic struggente realizzato in un centro di emergenza nigeriano, che mostra la mano di un bimbo denutrito appoggiata sulle labbra della madre. Per informazioni, tel. 06.492714200. 

Come in un gioco di contrasti, si svolge in Veneto fino al 4 giugno il festival “Padova Aprile Fotografia”, a cura di Alessandra de Lucia ed Enrico Gusella. Solo cinque, nella città del Santo, le mostre in programma. Una manifestazione più raccolta, ma non meno interessante. Si tratta infatti di prime nazionali, ospitate in sedi storiche come il Museo Civico, il Palazzo del Monte di Pietà, il Sottopasso della Stua. Filo conduttore dell’evento, che ha per sottotitolo “Visioni quotidiane”, è appunto la quotidianità dell’individuo, nel suo misurarsi con il lavoro, con sogni e relazioni, con lo sport o il mondo che lo circonda, riflettendo su se stesso e trasformandosi. Tra gli autori coinvolti, Elliott Erwitt, Francesco Zizola, Raymond Depardon, Abbas, Edward Weston, Mario Giacomelli, Germane Martin. Informazioni allo 049.8721598.

 

 Germaine Martin, "Nu", 1930 (esposto a Padova)

 

 

 

Postato da: onlyyou a 16:36 | link | commenti (3)
articoli, fotografia