In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
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BOB CLARKE, FOTOGRAFO SENSUALE ED ESTREMO
Di Barbara Silbe (da Il Giornale del 31 marzo 2006)
Viene spontaneo pensare a un parallelismo. Bob Carlos Clarke, uno dei più apprezzati fotografi di moda degli ultimi vent’anni, provocatorio ed estremo nelle sue scelte estetiche, è morto lo scorso 25 marzo a Londra in un incidente stradale. Come Helmut Newton. Come successe per l’ottantenne maestro tedesco a Los Angeles nel 2003, anche Clarke ha concluso la sua esistenza per uno schianto. Troppo presto, però. Aveva soltanto 55 anni. Era nato a Cork, in Irlanda, nel 1950 e si era trasferito in Gran Bretagna nel 1964 già al tempo degli studi artistici conseguiti al West Sussex College of Art prima e al London College of Printing poi, per diplomarsi infine al Royal College of Art nel 1975. Come Newton era diventato famoso grazie alle sue immagini di modelle bellissime trasformate in virago aggressive rivestite in lattex e piantate su tacchi a stiletto. Produsse scatti memorabili, discussi, controversi e ricercatissimi per la carica erotica che ogni volta sapeva mettere in scena.
Il suo stile, che ammiccava teneramente allo scandalo, lo aveva trasformato in uno dei più richiesti autori di fotografia pubblicitaria e di moda. Aveva lavorato per Levi’s, per Volkswagen, per Nokia e per le maggiori riviste del settore. Le sue donne erano bamboline pronte per solleticare l’immaginario maschile, maliziose e insieme innocenti, inanimate e belle come i suoi still life, solo un po’ più inquietanti. Uno dei libri più noti di Clarke, dal titolo “Love-dolls never dies”, uscito in tiratura limitata a 300 copie per la gioia dei collezionisti, è una raccolta dedicata agli appassionati del genere glamour-fetish, una ricognizione nel mondo dell’erotismo al limite, dove paure e desideri e paradossi si fondono e si confondono.
Nel corso della sua carriera pubblicò soltanto pochi libri. Nel 1979 uscì “The illustrated delta of Venus”, nel 1981 “Obsession”, nel 1985 “The dark summer”, “White heat” nel 1990. Un successo dopo l’altro, fino ad arrivare a “Insatiable” del 2002 e a “Shooting sex” nel 2003.
Sono molti gli autori di fotografia di moda che hanno scelto il filone erotico per esigenze di mercato e per arrivare facilmente alla notorietà (basti pensare a Herb Ritts, a David La Chapelle, a Michel Comte). Lui si distinse perché seppe inventarsi un carattere distintivo e riconoscibile in mezzo al mucchio. Era considerato uno dei più raffinati esperti di stampe fotografiche al mondo. Aveva sconfinato in ogni campo della fotografia, vincendo innumerevoli premi perfino nell’ambito del fotogiornalismo. Lavorava rigorosamente con il bianco e nero. Richiestissimo anche come ritrattista delle celebrità internazionali, era ironico, Bob Carlos Clarke. Adorava giocare con le posture femminili. Con luci e sfumature, sguardi e pettinature e situazioni. Ed era mosso dalla voglia di scoprire i limiti del suo pubblico, dei suoi soggetti e di se stesso. Spingendoli sempre oltre.
L'ACQUARIO IN STILE LIBERTY DIVENTA TECNOLOGICO
Di Barbara Silbe (Il Giornale del 27 marzo 2006)
C’è a Milano un vecchio signore. Vecchissimo, si può anche dire. Eppure il suo cuore resta quello di un bimbo giocoso e pieno di energia che si rinnova. Ha cento anni e non li dimostra, l’Acquario Civico di via Gadio 2. Venne realizzato in perfetto stile Liberty nel 1906 su progetto dell’architetto Sebastiano Locati, decorato dall’impresa costruttrice Chini, dallo scultore Oreste Labò e dalla ditta Richard-Ginori. Dopo due anni di chiusura durante i quali la storica palazzina al limitare del Parco Sempione è stata sottoposta a un radicale restauro e risanamento, l’unico da quando fu aperta all’inizio del secolo scorso, viene restituita ora ai cittadini ora con un percorso espositivo ispirato al ciclo dell’acqua.
Amano scherzare, all’Acquario Civico. E la data di inaugurazione ufficiale del nuovo spazio è stata fissata per il 1° aprile, festa dei pesci per eccellenza. “E’ solo un gioco innocente – afferma il direttore, dottor Mauro Mariani – l’apertura ci sarà davvero e le energie spese per rendere questi spazi il più vicino possibile al pubblico sono davvero tante”. Per le opere il Comune di Milano ha stanziato 7.7 milioni di euro. Preservate le facciate, i fregi, le maioliche colorate a motivi floreali, mentre all’interno dello stabile si trovano ora spazi rinnovati, ariosi e concepiti per i visitatori. Rispettata la struttura circolare del palazzo, che sarà accessibile anche ai portatori di handicap. Si aggiungono una sala auditorium da 100 posti, un giardino d’inverno, un bookshop e una caffetteria, oltre a una biblioteca scientifica e ad alcuni locali di transito che verranno adibiti all’allestimento di mostre d’arte e fotografia. “Si comincia subito”, confessa il dottor Mauro Mariani, biologo con una passione innata per l’arte. “Già per l’inaugurazione – prosegue – prevediamo l’esposizione di 25 immagini d’epoca e recenti, che raccontano di com’era l’Acquario e di come è stato trasformato con i lavori appena conclusi”.
Il fulcro della visita sarà la grande sala ellittica che ospita le vasche con le varie specie ittiche, ancora semivuote per l’accurata preparazione a cui devono prima essere sottoposte. I visitatori, accolti da una cascata d’acqua che rappresenta la pioggia, potranno scegliere la direzione da seguire: sarà possibile partire dal mare aperto, per poi finire in laguna, nel delta del fiume e da lì risalirlo simbolicamente fino ai laghi e ai torrenti di alta montagna, oppure cominciare dalle sorgenti e invertire il percorso fino al mare. Sono rappresentati solo ambienti tipici italiani, con un’unica variante esotica dedicata al Mar Rosso che segnala la possibile tropicalizzazione del nostro Mediterraneo. Per informazioni e visite, tel. 02.88465750.

CHE C'E'
Che c’è di meglio
per la mia faccia
per i miei occhi
di questa brezza azzurra
che sale dal mare
Che c’è di meglio
della tua voce
che mi risponde
prefetta
come vorrei
a ogni pensiero
Che c’è di meglio
ci hai pensato?
Di meglio che quella canzone
a spiegare quello che è stato
Di meglio di una gentilezza
dell’onestà, dell’Amore
Delle promesse
di un buon libro, proprio quello
o della neve su un pino
Che c’è, la neve brucia, fa male per caso?
Allora pensa alle foglie frettolose
rumorose, stonate
di un autunno come tanti
da ricordare per sempre
![]()
Giuseppe Arcimboldo, L'Autunno (1573),
Louvre, Parigi
Ciascuno di noi è
in verità
un'immagine del Grande Gabbiano
un'infinita idea di libertà
senza limiti.
(...)
Egli imparò a volare
e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare.
Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia
a rendere così breve la vita di un gabbiano.
(Richard Bach)

(Essaouira, MAROCCO)
CHIEDEREI
(Rabindranath Tagore)
Chiederei ancora
qualcosa
se possedessi il cielo, le sue stelle
e il mondo
con le sue infinite
ricchezze.
Sarei però contento anche d'ogni
piccola cosa
se lei fosse mia.

Vincent Van Gogh, 1890
Quando parlo del silenzio, parlo del silenzio ma anche del tempo. Il silenzio fa riferimento a un momento infinito diviso tra solitudine e pensieri, pena e quiete. Sta in una bolla tra realtà e sogno. E’ come fare un nido e restarci rannicchiati, è un legame che tende a non farci perdere, un’attesa senza fine, è la ricerca di un significato nella vita. C’è un silenzio prima del temporale, e uno dopo. Ce n’è uno tipico delle foreste in ombra, e uno accecante, di picchi assolati e insetti sui fili d’erba. Chi non ricorda il silenzio del mare di sera, o quello stemperato negli occhi di due amanti? Viviamo silenzi a occhi chiusi e altri spalancati sul futuro, ne viviamo di delusione e di gioia, di stupore e meditazioni. Ogni periodo di silenzio è un ritorno al tutto, è riconciliazione, è un’indagine dentro noi, e va assaporato il suo gusto dolce-amaro, dolce di ricordi, amaro di rimpianti, prendendosi del tempo per comprenderne il senso profondo. Può essere crudele, non parlare. Io non parlo per difendermi, fuggire, semplicemente poltrire. Attraverso il silenzio ci ascoltiamo, facciamo domande, vogliamo risposte. Emergere da quell’attesa, poi, è scrollarsi di dosso ogni crudeltà, demolendo una casa di pietra, è come un’esplosione, è sentirsi vivi, nonostante noi.
STORIE IN TRANSITO CATTURATE DA UN CLIC
Di Barbara Silbe (Il Giornale del 20/03/2006)

Luoghi artificiali, dove non si vive, dove ci si sente soli nonostante la folla. Di qui si passa, qui si aspetta, da qui si parte per percorsi stabiliti e opposti, perdendosi. Ed è un susseguirsi di destini che si sfiorano, senza toccarsi mai. Questo accade negli aeroporti di tutto il mondo, questo affascina un fotografo fino a farlo spingere al limite della ricerca artistica e spendere dieci anni in un progetto che ora è in mostra alla Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2. Lui è Francesco Cianciotta, autore di origine romana (classe 1960), che vive e lavora a Milano, sociologo, consulente, manager di successo fino a qualche tempo fa, prima che la fotografia diventasse elemento prevaricante della sua professione.
La personale, dal titolo “Transiti”, ce lo svela come un osservatore attento delle varietà umane, come un esploratore dei pensieri e dei comportamenti altrui, pieno di stupore e istinto. “A dirla tutta – confessa l’autore - l’arte di scrivere con la luce mi interessa da quando sono bambino”. Come Lartigue. E come ogni appassionato autodidatta ha una collezione di reflex da far invidia. Solo che spesso utilizza una fotocamera di plastica, di quelle che costano pochi euro, ottenendo risultati tecnicamente ottimi. “Ho cominciato a viaggiare per lavoro – prosegue Cianciotta – ma allora non pensavo a una serie. Non avrei mai immaginato di allestire un progetto decennale, di realizzare 2800 scatti circa su un tema che a molti risulta indifferente. Dove esiste un altro così interessato agli aeroporti e a quella varietà umana che di lì passa?”. Altri artisti hanno soltanto sfiorato queste tematiche, come Radino, Basilico o Newton, regalandoci qualche rara inquadratura.
Il suo obiettivo ferma schegge di eventi senza importanza apparente, catturati nella bolla di un’attesa tra un decollo e l’altro. C’è una madre che mostra aerei in partenza alla prole, un Concorde fermo in pista a Parigi, uomini in gessato e ventiquattrore che sbirciano nervosi l’orologio o parlano al cellulare, tecnici di volo catturati dall’oblò sporco di pioggia. Non approfondisce, Cianciotta. Si limita a registrare la realtà, e non giudica. Non c’è il modo di raccontare ogni singola storia, né di collocarla nello spazio o nel tempo reale. In questi non-luoghi non ci si conosce nemmeno, o se uno sguardo e poche parole si incontrano, subito dopo sono altrove a smaltire il jet-lag. Tutto però si intuisce, si immagina, attraverso un vetro, mentre si sale con una scala mobile, ascoltando l’altoparlante che annuncia il prossimo volo.
Aperta con ingresso libero fino al 31 marzo. Per informazioni, tel. 02.433541.
OIPA ITALIA onlus - via Passerini 18 - 20162 Milano - tel/fax: 02 - 6427882
info@oipaitalia.com - c/c postale: n° 43035203
ABI 07601 CAB 01600 CIN: P
Si tratta di un'Organizzazione Non Governativa affiliata all'Onu. Difendono i diritti degli animali, cani e gatti, foche canadesi, cavalli, giraffe... Associazioni così ce ne sono tante, loro mi sembrano seri. Mi andava di farveli conoscere.
A MIO PADRE
Capita di ricordare com'era, da bambina, quando c'eri tu
e viene da provare nostalgia e rancore
viene da pensare alla tua voce,
viene voglia di sentirla, di prendere il telefono e dirti ciao.
Poi le insicurezze affiorano,
le porto con me da così tanto tempo che sono come calli ruvidi
E così rinuncio, rimando
mi difendo
dietro un silenzio foderato di orgoglio
fingendo che tu non esista. Non più.
Capita di pensare
come sarebbe stato
non sentirsi una figlia di serie B
Ma credo che anche così si diventi grandi.
Forse fa un po' più male, a pensarci.
E ci sono giorni indolenti, come questo
periodi affogati da troppe cose
e maree
e dolori impraticabili
aspri come acqua salata
in cui resterebbe solo da scriverti poche righe
sperando di non sentire la tua indifferenza
la superficialità
il frastuono di una barzelletta
sovrastare qualunque forma di amore.
MOTEL (1976)
Seduta qui, vicino a me…
Ed una sigaretta viene, e un'altra va…
Nervoso no, soltanto un po’…
Quel tanto che precede i nostri incontri,
E dopo passerà…
Un bacio e tu…
Ritorni tu…
E l'auto va, negli occhi tuoi.
Case ed alberi si inseguono ma…
Ma, ci siamo ormai…
Noi due, noi due,
E il nostro solito rifugio,
In quel Motel!
Una stanza buia, per vivere…
Questo nostro amore, grande più di noi!
Qui, siamo entrati così… Siamo usciti così…
Come due, senza nome!
Qui…
Qui! Ci accorgiamo che ormai,
C'è qualcosa di noi, un motivo per vivere!
Noi due… Noi due!
Un corpo e un'anima approdati, in quel motel…
Due lenzuola stinte, e un letto che…
Sono broccati argento, quando stai con me…
Qui…
Qui! Ci accorgiamo che ormai,
C'è qualcosa di noi,
Un motivo per vivere!
Qui! Che m’importa se c’è,
Solo un vecchio motel,
Con le insegne già spente…
Qui! Tu sei mia!
Qui!!
Ieri sera il concerto al Forum che avevo già visto a Roma. E proprio ieri sera Renato ha cantato questa canzone, tra le tante passate e nuove. Parole e musica che hanno trent'anni tondi.