In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
Giuvale in SULLO SCAFFALE Pacch...
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Buon martedì grasso a tutti...
Con la magia di Venezia negli occhi e nel cuore.
Una magia la confusione di voci e crinoline.
Una magia i colori e le movenze lente e le corse di bimbi tra gonnone di seta.
E poi sensazioni e pensieri, sguardi celati e voli di colombi, merletti e campane e stranieri che suonano.
"Non è un gioco il Carnevale, semmai mi nutrirò di fantasie per non morire..."

"Tutto il divino scintillava in Modigliani solo attraverso una tenebra. Era diverso, del tutto diverso dal resto del mondo... Mi parve circondato da un compatto anello di solitudine"
(Anna Achmatova)
A Roma ho visto la mostra di Modì, adorabile ammaliante ardente lunghissimo tratto...

"io resterò
dentro di te
momento magico
prima di noi
dopo di noi
un vento gelido... "
(Fuori tempo)
"Scuotimi non deludermi
nel mercato di questo assurdo tempo
Toccami attraversami fino all'anima
o non mi svegliare più"
(I miei miti)
A Roma ho visto il concerto di Renato. Ho pianto, di gioia e ricordi. Ho riso di assonanze e alleria. Sono sempre innamorata di lui, perdutamente.
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UNA STAR ALLERGICA ALLE INTERVISTE
Di Barbara Silbe (Il Giornale del 24 febbraio 2006)
Helmut Newton, visioni di ordinaria follia. Questa è la sensazione che si prova osservando i suoi scatti in mostra da oggi a Palazzo Reale. Del fotografo tedesco sono esposti alcuni dei suoi nudi e una selezione di paesaggi minacciosi, per una mostra dal titolo "Sex and Landscapes" che lui stesso aveva ideato in collaborazione con la moglie. Immaginava feticci e tabù, ossessionato da un erotismo aggressivo e perverso, che di sexy aveva poco. E metteva in scena i suoi sogni, sempre fedele a se stesso, sempre senza ironia, senza gioco, quasi che i suoi scatti fossero figli del suo disagio esistenziale. Già, perché il grande Newton, anche a ottant'anni, era rimasto quel ragazzino berlinese impaurito in fuga dalla sua Germania nazista, pieno di inquietudini e mancanze che, da grande, aveva trasformato in egocentrismo e provocazione. Come autore di paesaggi non lo conosciamo quasi. Lui era convinto che al suo pubblico certe cose non piacessero, invece sono una rivelazione, se si escludono alcune inquadrature realizzate dal finestrino dell'aereo sulla pista di atterraggio che sembrano pitture bidimensionali. Le atmosfere sono decisamente noir, come se si trattasse di un servizio di cronaca nera. Spiagge e scorci urbani di palazzi anonimi, strade deserte invase dall'ombra, battelli illuminati dalla luna, tutte scene dal fascino tragico che sembrano emergere da un allestimento volutamente buio e destabilizzante. Lui avrebbe approvato. Lui, il mercenario della fotografia che affittava il suo talento a chi pagava di più, come lui stesso amava definirsi, lui che del lavoro ben remunerato aveva fatto un'arte (sfornava uno dopo l'altro costosissimi libri monografici, compresa una sua autobiografia, che erano messi in vendita a prezzi da collezionisti o, se si preferisce, da capogiro), lui, dicevamo, produceva visioni. E l'ultima volta che venne nel capoluogo lombardo si comportò come una delle sue modelle viziatissime. Fu alla Galleria Sozzani di corso Como 10, per una rassegna, l'ennesima che lo celebrava, dedicata alle sue immagini ispirate a fatti di cronaca nera dal titolo "Yellow pages"". Era stato accolto e presentato come una star, era convinto di esserlo, di potersi permettere capricci come la bellissima Naomi Campbell, fino al punto da non rilasciare interviste nemmeno al più autorevole dei critici. Altezzoso, scontroso, come solo il più antipatico dei festeggiati saprebbe essere. Una cosa gli va concessa, tra tutte. Che seppe andare oltre il convenzionale, negli atteggiamenti come nelle sue creazioni tra arte e disperazione, voyeurismo e feticismo.

PERCHE' TU POSSA ASCOLTARMI
di Pablo Neruda
(da Venti poesie d’amore…, V)
Perchè tu possa ascoltarmi
le mie parole
si fanno sottili, a volte,
come impronte di gabbiani sulla spiaggia.
Collana, sonaglio ebbro
per le tue mani dolci come l'uva.
E le vedo ormai lontane le mie parole.
Più che mie sono tue.
Come edera crescono aggrappate al mio dolore antico.
Così si aggrappano alle pareti umide.
E' tua la colpa di questo gioco cruento.
Stanno fuggendo dalla mia buia tana.
Tutto lo riempi tu, tutto lo riempi.
Prima di te hanno popolato la solitudine che occupi,
e più di te sono abituate alla mia tristezza.
Ora voglio che dicano ciò che io voglio dirti
perchè tu le ascolti come voglio essere ascoltato.
Il vento dell'angoscia può ancora travolgerle.
Tempeste di sogni possono talora abbatterle.
Puoi sentire altre voci nella mia voce dolente.
Pianto di antiche bocche, sangue di antiche suppliche.
Amami, compagna. Non mi lasciare. Seguimi.
Seguimi, compagna, su quest'onda di angoscia.
Ma del tuo amore si vanno tingendo le mie parole.
Tutto ti prendi tu, tutto.
E io le intreccio tutte in una collana infinita
per le tue mani bianche, dolci come l'uva.

Auguri, in ritardo, ma auguri. Brutabestia, come ho potuto dimenticare un compleanno così. Bastonate, mi merito bastonate. Invece ho avuto in dono io una bella giornata tra caos e gente, confidenze e rumori, facce e colori del mondo. Come sempre, quando sono con te, penso al fatto che potrei viaggiare e invece... Come sempre quando siamo insieme, vengono fuori i nostri ricordi e i soliti discorsi di famiglia. Famiglia, ma quale famiglia? Noi non siamo parenti, o sì? I parenti, i nostri, si odiano o si ignorano. Quindi noi, noi che ci vogliamo bene e a modo nostro ci cerchiamo, noi no, non siamo parenti. I parenti nostri si vomitano addosso ipocrisie e bugie, i parenti che abbiamo si fanno le pulci, hanno le pulci, non hanno sentimenti, né anima, né limiti al loro peggio. Quindi, noi non vogliamo essere parenti. Quasi zio, quasi padre, quasi amico, ma niente parentele, ti prego.
Allora auguri, in ritardo, dimenticando...
CASTORE: "NELLE MIE FOTO CERCO LE RADICI COMUNI DELL'EUROPA"
Di Barbara Silbe (Il Giornale del 15 febbraio 2006)
BARBARA
(Jacques Prevert)
Ricordati Barbara
Pioveva senza sosta quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Serena rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Come pioveva su Brest
E io ti ho incontrata a rue de Siam
Tu sorridevi
Ed anch'io sorridevo
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati Ricordati quel giorno ad ogni costo
Non lo dimenticare
Un uomo s'era rifugiato sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E sei corsa verso di lui sotto la pioggia
Grondante rapita rasserenata
E ti sei gettata tra le sue braccia
Ricordati questo Barbara
E non mi rimproverare di darti del tu
lo dico tu a tutti quelli che amo
Anche se una sola volta li ho veduti
Io dico tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
sul tuo volto felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull'arsenale
Sul battello d'Ouessant
Oh Barbara
Che coglionata la guerra
Che ne è di te ora
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco d'acciaio di sangue
E l'uomo che ti stringeva tra le braccia
Amorosamente
è morto disperso o è ancora vivo
Oh Barbara
Piove senza sosta su Brest
Come pioveva allora
Ma non è più la stessa cosa e tutto è crollato
E' una pioggia di lutti terribili e desolata
Non c'è nemmeno più la tempesta
Di ferro d'acciaio e di sangue
Soltanto di nuvole
Che crepano come cani
Come i cani che spariscono
Sul filo dell'acqua a Brest
E vanno ad imputridire lontano
Lontano molto lontano da Brest
Dove non vi è piú nulla.
(Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Épanouie ravie ruisselante
Sous la pluie
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest
Et je t'ai croisée rue de Siam
Tu souriais
Et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara
Toi que je ne connaissais pas
Toi qui ne me connaissais pas
Rappelle-toi
Rappelle-toi quand même ce jour-là
N'oublie pas
Un homme sous un porche s'abritait
Et il a crié ton nom
Barbara
Et tu as couru vers lui sous la pluie
Ruisselante ravie épanouie
Et tu t'es jetée dans ses bras
Rappelle-toi cela Barbara
Et ne m'en veux pas si je te tutoie
Je dis tu a tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois
Je dis tu a tous ceux qui s'aiment
Même si je ne les connais pas
Rappelle-toi Barbara
N'oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse
Cette pluie sur la mer
Sur l'arsenal
Sur le bateau d'Ouessant
Oh Barbara
Quelle connerie la guerre
Qu'es-tu devenue maintenant
Sous cette pluie de fer
De feu d'acier de sang
Et celui qui te serrait dans ses bras
Amoureusement
Est-il mort disparu ou bien encore vivant
Oh Barbara
Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n'est plus pareil et tout est abîmé
C'est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n'est même plus l'orage
De fer d'acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l'eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien).
TUTTI I BAMBINI DEL MONDO NEI CLIC DI WALTER PORZIO
Di Barbara Silbe (da Il Giornale del 13 febbraio 2006)

Walter Porzio è il viaggiatore che tutti vorremmo essere. Uno zaino in spalla, una macchina fotografica al collo, per casa i suoi passi, per patria il mondo. Quando parte, è di quelli che stanno via a lungo, anche mesi. Accumula esperienze ed emozioni e vive dei reportage che realizza.Questo fotografo milanese, da carattere e dal pensiero spontanei, dalla cultura vivace, ha visitato più di 140 paesi, instancabilmente a caccia di fascino e contraddizioni, di gesti e sorrisi da riportare a casa impressi su una pellicola .Quelli più veri li ha colti nei bambini, dall’India alla Bolivia, da Sondrio a Marrakech, e li ha ora raccolti in un libro pieno di poesia dal titolo “Children”, edizioni Touring Club, collana Il Viaggiatore ( 215 pagine; euro 17.50; prefazione di Manuela Sferruzza). Un’antologia di scatti non in posa e dedicati all’infanzia, dove si è privilegiato il tema penalizzando leggermente l’aspetto estetico delle immagini e della stampa, per scoprire che ovunque la vita moderna è sempre meno a misura di bambino. Ci sono “monelli” cubani o kenioti che fanno comunella in strada, bimbe già alle prese con faccende da grandi in Laos, in Messico o in Pakistan, fortunate ragazzine in bicicletta sull’islandese Lago Mivatn o neonate in braccio alle mamme e alle nonne in qualche altro angolo del pianeta.
Gli sguardi che ci vengono incontro da queste pagine sono di gioia, non di compassione. L’autore afferma di aver volutamente escluso dalla pubblicazione del volume i ritratti più tristi e sconcertanti, non per dimenticare le ingiustizie e le privazioni che spesso i minori sono costretti a subire da società che calpestano i diritti umani, ma nella speranza che proprio dall’energia positiva che dai più piccoli si sprigiona, scaturisca un maggior senso di responsabilità in chi osserva. Viviamo male, in Occidente: troppo veloci, troppo concentrati su noi stessi, troppo insensibili, fino a dimenticare che i bimbi sono il nostro futuro. Sfogliando “Children” ritorniamo all’infanzia e a ciò che siamo stati, ristabiliamo un dialogo, comunichiamo davvero fermandoci a osservare i dettagli di un vestito, di un oggetto, di un cappello, guardando al di là del colore della pelle, come in uno di quei grandi viaggi che cambiano per sempre le persone. Il lavoro di Walter Porzio, autore che collabora con l’Unicef e con la rivista “Popoli”, penetra nel cuore dei grandi portando un senso di armonia e tolleranza, ricordandoci l’assoluta uguaglianza di ogni essere vivente.
UNA PAROLA MUORE
Una parola muore
appena detta,
dice qualcuno.
Io dico che solo
quel giorno
comincia a vivere.
(Emily Dickinson)

Man Ray, Hands on lips.