In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Eccomi

Blogger: onlyyou
Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.

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martedì, 31 gennaio 2006

 
IL BIANCO E NERO INCANTATO DI PIERGIORGIO BRANZI
Di Barbara Silbe (da Il Giornale del 1° febbraio 2006)
 
Ci vedresti Cartier-Bresson, nelle foto di Piergiorgio Branzi. Non fosse per quei contrasti, per quel carico di neri e di bianchi così spessi, densi, quasi palpabili. Non fosse per le scene, squisitamente italiane, mediterranee, ci vedresti il tocco che tanto lo influenzò agli inizi della carriera. Se ti sforzi  lo trovi ancora, in certi suoi scatti, l’approccio tipico del maestro francese. I suoi bottegai napoletani sembrano quelli della Parigi di inizio secolo. Alcuni vicoli, certi ragazzetti capovolti sulla piazza Grande di Burano, certe comari alla finestra, le vedute di Scanno. Si è aperta ieri, allo Spazio Forma di piazza Tito Lucrezio Caro 1, una antologica dedicata all’autore toscano, che si compone di 40 immagini selezionate dal professor Paolo Morello, direttore dell’Istituto Superiore per la Storia della Fotografia di Padova. Già nel 2003 l’istituzione veneta aveva curato e pubblicato una monografia su Piergiorgio Branzi, notevole studio a cura dello stesso Morello e di Sandra S. Phillips. Da quella raccolta viene l’esperienza per la mostra meneghina.
“Incanti e altri ritratti”, questo il titolo, aperta fino al 26 marzo. Esposta la serie dei muri, emblematiche opere di raffinata sapienza compositiva dove l’autore analizza, attraverso crepe, suppellettili, forme e dettagli della superficie inquadrata, tutti i segni del tempo e i pensieri che lo attraversano. In mostra anche i suoi volti del sud Italia, grevi, immobili, orgogliosi, arcaici. O i paesaggi andalusi spazzati dal sole e i familiari giardini incantati ricoperti di neve. Branzi ritrae paesani, preti, borghesi o bambini, cercando di  coglierli di sorpresa, inquadrandoli come per imbalsamarli, per svelare segreti, per indagarne la psicologia con un po’ di quel sarcasmo che lo contraddistinse fin dagli esordi della carriera. Nato nel 1928 a Signa, un paesino sulle rive dell’Arno, era terzo di sette figli. Nel 1953, Piergiorgio Branzi vide a Palazzo Strozzi di Firenze una mostra di Henri Cartier-Bresson: ne rimase sconcertato e lì comprese la forza evocativa di una sola immagine. Era un autodidatta colto e aristocratico, stregato dal più giovane dei linguaggi artistici fin da quando era bambino, influenzato anche dalla corrente neorealista che invadeva allora cinema e letteratura. Non divenne mai un fotografo professionista, anche se raggiunse subito la notorietà. Si dedicò al giornalismo a partire dagli anni Sessanta. Collaborò per i primi settimanali illustrati, in particolare con Il Mondo di Pannunzio, per diventare presto il primo corrispondente televisivo occidentale da Mosca. Seguì l’esperienza di Parigi, fu commentatore al telegiornale, documentarista e inviato speciale per la Rai da tutto il mondo. In lui rimane vivo l’insegnamento di Cartier-Bresson: l’immagine definitiva è il prodotto di previsioni, di riflessioni, di aggiustamenti e tagli, ma l’equilibrio della forma viene  soprattutto dal cuore, dal saper cogliere il momento decisivo nel quale scattare.
Progetto realizzato dalla Fondazione Corriere della Sera e da Agenzia Contrasto, in collaborazione con Atm. Orari: 11-21; giovedì fino alle 23; chiuso lunedì. Per informazioni, tel. 02.58118067.

Postato da: onlyyou a 23:30 | link | commenti (3)
articoli, fotografia

lunedì, 30 gennaio 2006

I sogni non sempre si realizzano.

Ma non perché siano troppo grandi o impossibili.

Perché noi smettiamo di crederci.

(Martin Luther King)

Primavera by Henri Matisse Henri Matisse. "Printemps"

Today I feel black...

Postato da: onlyyou a 18:43 | link | commenti (11)
arte, aforismi

sabato, 28 gennaio 2006

 

ANTICIPAZIONI

ROMA

"Modigliani"
Figura carismatica e “maledetta” del panorama dell’arte italiana, scomparso a soli 36 anni a causa della tubercolosi e vissuto tra donne, droghe e alcool, Modigliani non godette in vita di tutto il successo che avrebbe meritato. Questa antologica, a cura di Rudy Chiappini, direttore del Museo d’Arte Contemporanea di Lugano, evidenzia il notevole valore della sua ricerca artistica, influenzata dal clima della Parigi di inizio ‘900, e focalizza l’attenzione sulle due serie di nudi prodotti dall’artista livornese all’epoca della piena maturità. In tutto sono esposte un centinaio di opere tra oli, disegni, acquarelli.
COMPLESSO DEL VITTORIANO
VIA SAN PIETRO IN CARCERE (INFO: 066780664)
DAL 24 FEBBRAIO AL 20 GIUGNO

VENEZIA
"Un Modigliani a Ca’ Pesaro". Dal 1° febbraio al 30 aprile, il celebre dipinto «La femme à l’éventail», ritratto quasi cubista che Modiliani fece all’amica Lunia Czechowska poco prima di morire, sarà esposto a Ca’ Pesaro grazie a un prestito del Musée d’Arte Moderne di Parigi. Orario: 10-16; dal 1° aprile 10-17; chiuso lunedì.

Postato da: onlyyou a 15:50 | link | commenti (5)
arte, informazioni

venerdì, 27 gennaio 2006

“… così come siamo, senza strani accorgimenti, né ombre né contorni, nella pura essenzialità dei nostri naturali gesti. La trasparenza necessaria affinché le nostre piccole imperfezioni vengano finalmente fuori e si facciano valere.
Le essenze profumate nascondono ingiustamente la nostra naturale traspirazione, il profumo di una pelle fortunatamente dissimile da persona a persona, da carattere a carattere. Perché tradire il nostro odore? L’unico vero richiamo per essere riconoscibili da chi va a caccia di SINCERITA’
Donarsi alla fine è l’unica, valida attitudine in questo già fin troppo abusato mercato. Donarsi, non vendersi. Concedersi, non barattarsi. Avere la forza di annullarsi per riemergere nell’anima di qualcun altro in grado di comprendere ed apprezzare i nostri intenti, la nostra incontenibile generosità”.
Ogni mio lavoro è un dono, che dedico anche a me stesso. Mi premio così! E più la vita mi toglie… e più sento il bisogno di gratificarla. Perché qui o altrove, so che ogni mio piccolo sforzo fa sorridere gli angeli… e rende azzurra la mia tolleranza.
Ed oggi, disadorno di tutti gli orpelli, e delle vanità accessorie, ho cinquantacinque buone ragioni per non sentirmi “nudo”.
Legato a un respiro…”

(Renato Zero, Il Dono)

Postato da: onlyyou a 21:54 | link | commenti (4)
musica, aforismi, renato zero

UNA VECCHIA SIGNORA DAL FASCINO MILLENARIO

(di Barbara Silbe, Il Giornale del 29/1/2005)

È una vecchia signora, ma non porta i segni dell’età. Niente rughe né acciacchi, solo fascino dal sapore un po’ retrò. Eppure ha più di mille anni. Mille e sei per la precisione, quasi quanti il Generale Inverno. È la Fiera di Sant’Orso, tradizionale kermesse popolare che si tiene ogni anno a fine gennaio nelle vie del centro storico di Aosta, appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati della cultura alpina le cui radici affondano nella storia e nelle leggende della verde Vallée. Sembra infatti che la prima edizione risalga all’anno Mille, e che prenda il nome dall’umile sacerdote di origine irlandese o scozzese diventato santo patrono della città grazie ai suoi miracoli. E si crede che l’acquisto di un oggetto durante la fiera porti fortuna per tutto l’anno.
Tutta la produzione tipica dell’artigianato valdostano si dà appuntamento qui il 30 e il 31 gennaio, per una due giorni magica e affollatissima. Dalle sculture in legno al ferro battuto, dagli originali oggetti in pietra ollare alle lavorazioni in cuoio, dai tessuti in lino ai pizzi al tombolo delle ricamatrici di Cogne. E ancora prodotti enogastronomici e degustazioni, taglieri, attrezzi agricoli, mobili, marchi in legno per il burro, giocattoli, maschere, sabot, slitte e ceste. Per finire con i sock e i piun, confortevoli pantofole di tessuto, e con i drap della Valgrisenche realizzati in lana di pecora. Più di mille gli espositori locali che partecipano all’evento per il piacere di promuovere e tramandare la propria creatività e per celebrare l’identità della cultura locale. L’oggetto più rappresentativo della Fiera di Sant’Orso? È la grolla, naturalmente, un Graal in versione montana, simbolo di fratellanza e convivialità che viene ancora considerato il dono delle feste popolari e degli eventi ufficiali.
Per informazioni: Pro Loco Valle d’Aosta, tel. 0165.257096; Ufficio Informazioni Turistiche di piazza Chanoux, tel. 0165.236627;
www.fierasantorso.it.

Postato da: onlyyou a 17:34 | link | commenti (1)
articoli, montagna

mercoledì, 25 gennaio 2006

HO GLI ORECCHI PIENI DI MARE

Così, librata su un pallore d’acqua,

galleggia la mia zattera sull’ombra

come un pianeta, sullo spazio oscuro,

sostenuto a distanza da una stella. 

 

Ho gli orecchi pieni di mare.

Ho l’anima che come una medusa

biancheggia, nottambula, in cresta

al fluttuare violetto dell’acqua.

 

Dell’acqua, rigonfia d’ignoto;

dell’ombra, ch'è tiepida di te.

 

(Corrado Calabrò, Poesie d’amore)

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poesia

martedì, 24 gennaio 2006

 

LINDBERGH, LE VISIONI DI UN ARTISTA CORDIALE

di Barbara Silbe (da Il Giornale del 25 gennaio 2006)

Non sono i soldi. Non è per questo che Peter Lindbergh ha scelto la fotografia di moda. Lo capisci appena il tuo sguardo incrocia il suo: acuto, cordiale, sereno. Ne hai la conferma in ogni suo gesto, in quello che dice e in come lo fa. Sei al cospetto di un gigante, e invece di sentirti una lillipuziana ti sembra di giocare una partita ad armi pari. Sei all’inaugurazione della sua mostra (allo Spazio Forma da oggi fino al 26 marzo), e avverti che è come se lui cercasse di creare l’atmosfera giusta, come se volesse far sentire gli altri a suo agio nel salotto di casa. Farà così, di certo, quando realizza un servizio per Vogue o Harper’s Bazar: contatta una modella, allestisce la scena come se fosse il mondo reale, e ribalta aspettative e punti di vista facendola muovere lì dentro fino a umanizzarla, aiutandola a scendere dal piedistallo.
Il «fashion system» fa guadagnare denaro a palate anche a chi si muove dietro le quinte. Eppure continui a pensare che non sia questa la ragione, e che non sia nemmeno il bisogno di notorietà (demone che spinge molti artisti a intraprendere una particolare carriera), ad aver indirizzato il sessantenne autore tedesco verso questo mondo. Lui sorride e si compiace. Lui, uno dei più corteggiati maestri del genere, i suoi scatti indissolubilmente legati alla magia del Calendario Pirelli, incrocia le braccia, ti chiama per nome e ti guarda dritto negli occhi, poi dice: «Le mie foto sono diverse, forse perché prima di tutto mi concentro sulla donna, poi viene la composizione dell’immagine, e infine la moda stessa». Ti pare allora di aver capito. Ti circondano le sue opere, bianchi e nero e colore mescolati, appese ai muri candidi di questo nuovo centro milanese dedicato alla più giovane delle arti visive. Una delle due sezioni dell’antologica è dedicata a un suo progetto singolare dal titolo «Invasions»: sembrano tanti fermo-immagine cinematografici che raccontano un’invasione di extraterrestri sulla terra. Scene minacciose, senso di soffocamento che pervade chi osserva, per un Lindbergh insolito e affascinante. «In realtà – prosegue – l’idea nasce da un fatto piuttosto banale: ero dal dentista, a Parigi, e mentre aspettavo il mio turno sfogliavo una rivista dove erano pubblicate alcune interviste a delle persone che pensavano di aver visto un Ufo. Ho semplicemente preso spunto dalle loro testimonianze surreali e un po’ naïves». Nell’altra sala volti di ragazze perfette, belle da commuovere, normali da stupire anche un sasso. Milla Jovovich, Amber Valletta, Nadia Auermann, Veruschka, Kristen Mc Menamy davanti al suo obiettivo sembrano quasi come noi. Ombretto che cola, una ruga che emerge, il ciuffo spettinato, gesti sghembi, sudore e lacrime sui giovani volti. Questo conta, allora? Le donne, ognuna con una sua peculiarità, soggetti-oggetti di desiderio che non nascondono drammi e fragilità. «La fotografia – confessa Lindbergh – è solo un mezzo per entrare in comunicazione con gli altri. É niente più che un mestiere». E la moda, maestro? «Vede – conclude l’artista – la fotografia è per sua natura restrizione. É un ambito vincolato da molte regole, quelle artistiche e quelle imposte dagli editori. La moda non è stata la mia prima scelta, in fondo. Ma quando mi ci sono trovato dentro ho capito che soltanto lì potevo avere tutta la libertà che volevo».
«Peter Lindbergh. Visioni», Spazio Forma, piazza Tito Lucrezio Caro 1. Orario: 11-21; giovedì 11-23; chiuso lunedì. Per informazioni: 02.58118067;
www.formafoto.it.

Postato da: onlyyou a 19:04 | link | commenti (5)
articoli, fotografia

domenica, 22 gennaio 2006

NEWTON: VISIONI E OSSESSIONI IN PUNTA DI OBIETTIVO
di Barbara Silbe
Nudi e visioni. Provocatori i primi, essenziali le seconde. Per questo sarà ricordato Helmut Newton,  il fotografo più osannato e criticato del mondo. L’ultima volta che venne a Milano in veste ufficiale fu alla Galleria Sozzani di Corso Como, all’inaugurazione di una mostra di suoi scatti sul tema della cronaca nera dal titolo “Yellow Pages”. Era l’estate del 2003. Circa sei mesi dopo (il 24 gennaio 2004), morì a Los Angeles in un incidente stradale. In quell’occasione mondana, tra le sue polaroid, tra gente e giornalisti, girovagava altezzoso e scontroso come solo una star sa essere. Questa volta lui non ci sarà, questa volta le sue donne trasgressive e morbose non avranno accompagnatore. Sarà come un party senza il festeggiato, un’incoronazione senza alloro. O forse no. Forse la prima ampia retrospettiva italiana servirà a rendere ancora più infallibile la misura del suo genio immortale.
“Non volle mai definirsi un artista – disse di lui la moglie June Newton, in arte Alice Springs – preferiva riconoscersi come un mercenario che affittava il suo talento a chi pagava di più”. Lavorò per soldi, insomma. Sfornava uno dopo l’altro costosissimi libri fotografici come “Sumo”, prezzo di copertina 1500 dollari. Ma seppe rivoluzionare per sempre la fotografia di moda e di pubblicità. Il suo osservare era spesso un atto di voyeurismo. Il suo inquadrare era feticismo, lo scattare diventava gioco, mistero, allestimento scenico, glamour, sadismo, seduzione. Le sue modelle erano ritratte quasi sempre nude, il volto coperto da spessi occhiali scuri, ben piantate su affilati tacchi a spillo, composte come statue di marmo sul perno del piedistallo. Newton le voleva fasciate in lattex e corredate da accessori che sembrano perfetti per eccitare l’immaginario maschile, concentrate in gesti e pensieri inequivocabili, fredde, lascive, aggressive ed eleganti e senza pudore.
La retrospettiva milanese, aperta dal 24 febbraio al 4 giugno 2006, si compone di una novantina di opere. Oltre alle sue muse, tante, bellissime, anche una selezione di paesaggi che indagano un aspetto meno conosciuto dell’artista tedesco. Si tratta di marine cupe e minacciose, lunghe strade deserte, inquietanti scene notturne, vedute dall’alto, edifici avvolti dal mistero di luci e ombre. Anche in questi temi, sviluppati nell’ultima parte del suo percorso, Newton andava oltre il convenzionale, manipolando la realtà a suo piacimento,  trasformando l’immagine in una forma di pensiero, irrequieto, caotico, erotico. Senza mai arrivare alla volgarità. Fosse qui, ora, potremmo chiedergli come ci riuscisse.

Postato da: onlyyou a 16:50 | link | commenti (4)
articoli, fotografia

Dario Fo Sindaco di Milano

 

Fo sindaco di Milano sarebbe un miracolo.
Una di quelle cose che succedono ogni tanto nella vita, una cosa bella.
Uno squarcio di luce nello smog, nella politica-economia, nell'apatia, nella mancanza di coraggio.

Fo fa paura.
Di Fo non si parla.

 

(Dal sito di Beppe Grillo)

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politica

LA CARICA DELLE CENTENARIE. LE IMPRESE CHE FANNO STORIA
 
Di Barbara Silbe (da Il Giornale del 22 gennaio 2006)
 
Se pensi al Novecento, a volte non ti vengono neanche in mente le guerre e gli olocausti e tutti gli stivali militari che lo hanno attraversato. A volte pensi a un intero secolo solo in termini di sapori e di odori e di piccolissime cose che te lo ricordano, traghettate intatte fin qui, inspiegabilmente. Non si tratta di oggetti dimenticati in soffitta, ma piuttosto di prodotti italiani nati allora e ancora adesso in voga, ancora oggi parte integrante della vita, dell’immaginario, del costume. Passi in rassegna il nostro Novecento e dici: Borotalco, Pasta del Capitano, Martini e Amarene Fabbri.
Cento anni, questi articoli hanno già cento anni suonati, e sono proprio uguali a come erano. Sì, va bene, qualche ritocco non guasta, qualche limatura è pure necessaria, ma la sostanza non cambia, la formula è ancora quella che andava bene per le nostre nonne. Nell’era globalizzata mancano da un pezzo le drogherie sotto casa dove comprarli, sostituite dai grandi centri commerciali decisamente meno amarcord. Ma quando una di queste confezioni ti capita tra le mani, è subito nostalgia. Il famoso barattolo verde che contiene il  talco di Manetti & Roberts, per esempio, è come una madeleine: lo scuoti, lo annusi, ed è subito “profumo di bambino”. La formula di questa polvere è segreta come quella della Coca Cola. La piramide olfattiva contiene geranio, mughetto, vaniglia, bergamotto, gelsomino e altro ancora. Ed è tutto quello che si riesce a sapere sulla sua composizione. La fondazione dell’azienda risale al 1843, presso la storica sede di via Tornabuoni a Firenze. In quell’anno il chimico farmacista Henry Roberts aprì un laboratorio inizialmente destinato agli esponenti dell’alta società inglese residenti nel capoluogo toscano, ma ben presto utilizzato anche dal resto della cittadinanza. Il successo lo porterà poi a insediarsi anche a Roma e Napoli e ad affinare la produzione. Fu del 1921 la costituzione della Società Italo-Britannica L. Manetti - H. Roberts & C. per azioni, fortunata alleanza tra il successore di Henry Roberts e un tal Lorenzo Manetti, proprietario a sua volta di una concorrente farmacia fiorentina. Il percorso in salita di Borotalco inizia invece già nel 1904, data di registrazione del marchio con la celebre “Nurse con il bambino”, classica immaginetta ancora riprodotta sulla scatola alla quale succedette la più celebre “Donna con bambino”  inventata dall’illustratore Gino Boccasile negli anni Cinquanta. Poi venne la pubblicità in tivù, iniziò il Carosello e Manetti & Roberts fu tra le prime aziende a parteciparvi, entrando così definitivamente in tutte le case delle famiglie italiane. Oggi è un brand che evolve al ritmo frenetico dei tempi, i jingle dicono “puff puff” e “altolà” e si rivolgono sempre più a un target giovane. In commercio c’è un’intera gamma di prodotti: dall’acqua di rose ai saponi, dai deodoranti al bagnoschiuma all’inconfondibile fragranza di borotalco, piacere senza tempo che ancora oggi ne decreta il successo.
Poco lontano da uno svincolo autostradale si trova invece una “fabbrica dei sorrisi”. In una di quelle aree industriali dove non immagineresti di trovare nulla di buono e di esteticamente bello o poetico, in bilico tra la metropoli e i campi di Lombardia, sta l’industria farmaceutica del Dottor Ciccarelli. Quello coi baffi alla monsù, la fronte orgogliosa e il colletto inamidato, hai presente? Quell’omino antico, severo, indimenticabile, che è tuttora l’immagine del dentifricio più italiano di tutti, la Pasta del Capitano. Lui si chiamava Clemente Ciccarelli, era proprio capitano, o quasi: dopo aver vestito la divisa del Regio Esercito con il grado di Colonnello dei Savoia Cavalleria – parliamo dell’inizio del secolo scorso – torna nelle Marche alla farmacia di proprietà di famiglia per dedicarsi alla professione per la quale aveva studiato. Laureato in chimica farmaceutica, come il padre prima di lui, discendente fin dal 1700 da avi speziali e farmacisti, Clemente si specializza nella messa a punto di formulazioni innovative e ricercate preparate sulla base di antiche ricette, come richiedeva il fremente mercato di allora. Fiorirono unguenti, callifughi, elisir, colluttori e creme che ebbero da subito grande riscontro e che i clienti della farmacia chiamavano simpaticamente “le ricette del Capitano”. Tra queste si cita la formulazione di una pasta dentifricia, risalente alla fine dell’anno 1905: per l’epoca era una straordinaria novità, che andava a rimpiazzare il tradizionale dentifricio in polvere di gran moda nella “moderna “ Inghilterra e che venne poi registrata, dal successore Nicola Ciccarelli, figlio di Clemente, con il marchio Pasta del Capitano, in omaggio al padre. Sul tubetto c’è ancora la sua faccia, all’interno lo stesso aroma di chiodi di garofano e il medesimo colore rosato del prodotto classico, rivisitato ora in diverse varianti. “Denti bianchi e respiro profumato. Non è una trovata pubblicitaria!”: più o meno si presentavano così ai consumatori di allora. Lo spirito dell’azienda non è cambiato neanche dopo le sollecitazioni aggressive del mercato di oggi. Il dottor Nico Ciccarelli in persona, convinto innovatore, durante la registrazione di uno spot per il Carosello, finì per moderare la sua stessa pubblicità con una frase diventata celebre: “Non esageriamo! La Pasta del Capitano è un buon dentifricio, anzi ottimo, ma non miracoloso” Era il 1963, e lui fu il pioniere dei testimonial aziendali, un Giovanni Rana da boom economico che compariva in televisione con Carlo Dapporto e Giorgia Moli e che amava seguire di persona ogni passaggio di qualità. Oggi l’industria è guidata dal nipote Marco Pasetti, anch’egli farmacista, anch’egli orgoglioso e sorridente, che si è assunto il compito di perpetuare una tradizione fatta di etica e qualità da laboratorio artigianale. Ai marchi storici si aggiunse, nel 1988,  l’acquisizione di Mantovani. La scelta è ancora quella di ingredienti naturali e del culto del buon prodotto al giusto prezzo, pur nella diversificazione.
Centenario anche per la Premiata Distilleria Liquori Gennaro Fabbri, un colosso emiliano della pasticceria festeggiato lo scorso aprile con una mostra alla quale hanno preso parte 28 artisti contemporanei. Il loro vanto è un vasetto di amarene di Vignola, design dalle curve morbide, sapore pure. In ceramica, decorato in bianco e blu, pensato sul modello dei contenitori da farmacia e così grazioso a vedersi da essere in bella mostra in tutte le cucine delle nostre ave, accanto al più pregiato barattolo dei biscotti, è diventato oggi oggetto di collezionismo, italian-style esportato 70 paesi del mondo. Immagini d’altri tempi, che si perpetuano attraverso la golosità
Storia a sé fa il compleanno di Martini e Rossi. Per autocelebrarsi, dopo tanti party con e senza il mento e lo sguardo di George Clooney che entra ed esce dalle porte, hanno deciso di aprire addirittura un museo. La storica sede di Pessione di Chieri, in provincia di Torino, custodisce ora una collezione permanente tratta dall’Archivio Martini: cinquecento metri quadrati di spazio raccolgono documenti, fotografie, libri, video e oggetti, per raccontare i passaggi storici di un sensuale aperitivo icona del Made in Italy, da metà Ottocento a oggi. Una sorta di percorso interattivo, narrazione fatta di personaggi, stili, voci e testimonianze chiave di un’intensa avventura commerciale che aveva il suo balcone privilegiato sul mondo nella milanesissima Terrazza di piazza Diaz. Oltre al divo di Laglio, molti i testimonial Martini nel corso dei decenni: da Tazio Nuvolari al Quartetto Cetra, a Lea Massari a Tyron Power e Ugo Tognazzi, per arrivare fino a Naomi Campbell, Sharon Stone, Gwyneth Paltrow che dice “My Martini, please”.

Postato da: onlyyou a 15:23 | link | commenti (1)
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