In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
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LO SGUARDO DEI FOTOGRAFI SULLE DONNE

(Man Ray, "Donna dal capelli lunghi", 1929)

(Silvana Mangano vista da Federico Patellani, anni Sessanta)

(Sebastiao Salgado, Ragazza dell'Ecuador, 1998)
TRE AROFISMI SULLA FELICITA'
"Felicità, ti ho riconosciuta dal fruscio con cui t'allontanavi"
(Camillo Sbarbaro, Fuochi fauti)
"Non si è mai né così felici né così infelici come si pensa"
(François de La Rochefoucault, Massime)
"La vera felicità costa poco; se è cara, non è di buona qualità"
(François-René de Chateaubriand, Memorie d'oltretomba)
Qui a Milano giornata di neve e freddo e scioperi e traffico.
Insopportabile tempo e spazio. Insopportabile città e momento.
Servirebbe una coltre bianca, ma non viene. Tocca terra e si scioglie senza sciogliermi. "Ma per passare passa"...
CONSIGLI SULLA SCRITTURA
Come affrontare il problema? Ecco alcuni consigli non richiesti. Quindi, sinceri.
1) Avere qualcosa da dire.
2) Dirlo.
3) Dirlo brevemente.
4) Non ridirlo.
5) Dirlo chiaro.
6) Dirlo subito.
7) Dirlo in modo interessante.
8) L'aggettivo è radioattivo.
9) Metafore: occhio alla muffa.
10) Citazioni: poche ma buone.
Spiegazioni:
1) C'è chi comincia a scrivere; e decide strada facendo cosa dirà. Da evitare. Prima di partire, è bene sapere dove si vuole arrivare.
2) Se avete deciso che intendete dire A, non scrivete B perché suona bene.
3) Non c'è bisogno di essere telegrafici. Basta essere asciutti. Pensate ai Dieci Comandamenti: solo 49 parole.
4) Il lettore non è stupido. Se ripetete, si scoccia.
5) Periodi brevi, poche secondarie, mai più di un "che" in un periodo. Dopo aver scritto, tagliate. Scrivere è come scolpire: bisogna levare.
6) E' bene far capire qual è l'argomento (e soprattutto il vostro punto di vista).
7) Il lettore vi può mollare in qualsiasi momento. Trattenetelo. Logica, fantasia, intuizione, sorpresa, umorismo: tutto serve. L'unica colpa imperdonabile, per chi scrive, è la noia.
8) Un aggettivo in una frase è potente. Due sono interessanti. Tre si annullano. Quattro annoiano. Cinque uccidono (l'articolo, il tema e l'attenzione del lettore).
9) Non si può scrivere: "Ci sentivamo precari come foglie d'autunno": Le foglie hanno smesso di cadere dopo Prevert e Ungaretti. Occorre inventarsi qualcos'altro. L'unica metafora efficace, quindi buona, è la metafora nuova. Per esempio? "Ci sentivamo precari come supplenti e sottosegretari".
10) Diceva Ralph Waldo Emerson: "I hate quotations. Tell me what you know" (Odio le citazioni. Dimmi quello che sai). E' una citazione, ma rende l'idea.
(Beppe Severgnini - www.corriere.it/severgnini)
MONTAGNE
(post a completamento del precedente)
"Le Montagne non sono conquiste, ma sapienza, misurazione dell'io, filoso-via. Chi percorre un sentiero va incontro alla scoperta, passo dopo passo, fatica sommata alla fatica, di sè e del mondo. Tra armonie e silenzi, inchinandosi di fronte alla natura, sapendo quando è l'ora di rientrare. E' questa la sola saggezza verticale. E' questo quello che si prova anche davanti all'immensità del Mare".
"Tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna,
senza sapere che la vera felicità
risiede nella forza di risalire la scarpata"
Oggi sono in sciopero. Dalla vita, da tutti i miei vorrei, da sogni e bisogni. Oggi silenzio. Niente che incombe, nessun controsenso, nemmeno emozioni voglio agganciare. Dormirei, sull'orlo dei giorni, per non intossicarmi di perché, per non fare congetture, per procedere lenta e lontana dalle passioni, almeno fino a lunedì. Poi aprirò gli occhi e sarà pura luce ad accecarmi, mi stiracchierò come un gatto randagio e ricomincerò la corsa. Ma oggi, oggi che vorrei ballare il valzer, mi sento fuori tempo, stonata, perduta. Non voglio pensare, non voglio altro che pace.
Mentre Aspetto Che Ritorni
(Renato Zero)
Mentre aspetto il tuo ritorno
Metto in ordine le idee
Non so davvero in quale fortunato giorno
Da quella porta spunterai
Ho aggiustato il lavandino
E lo stereo finalmente va
Sono un uomo pieno di risorse in fondo
La vita mi conosce già
Sono qui che ti aspetto
Perché ho voglia di vincere
Non c’è altro che vorrei
Rincontrare gli occhi tuoi
Cancellarmi e rinascere
Ovunque sei
Ti mancherà la mia complicità
Ovunque sei
Qualunque faccia mi somiglierà
Ovunque sei
Ti impegnerai per non amarmi più
Testardo io
Che quella fede non l’ho persa mai
Accetterò da te qualunque verità
Sarà come la prima volta
Impacciato starò lì
Cercando di strapparti una risposta
Un meraviglioso “si”
Ogni amore ha i suoi tarli
Ogni storia ha i suoi limiti
Resistenze non farò
Se destino accetterò
Anche il rischio di perderti
Ovunque sei
Di maledirmi non stancarti mai
Quello che vuoi
Ma questo cuore sanguina lo sai
Vigliacchi noi
Ci consegnamo a questa realtà
Vivremo poi
Con questo dubbio per l’eternità
Svegliarmi dovrei
La casa è aperta torna quando vuoi
Mi trovi qui
Perché non voglio perderti così
Mille altre volte ricomincerei
Ancora ti perdonerei
La voglia c’è
È sempre viva questa nostalgia
Di te
Ovunque sei
Mi manchi...
E' tornato, Renatino è tornato! Proprio ora... Il suo nuovo cd "Il dono" è uscito il 18 novembre, le sue magie in musica sono già nelle mie orecchie, nei pensieri, dentro alle mie scarpe. A ricordarmi un'emozione, a raccontarmene di nuove. Non so giudicare se è buono o cattivo quello che ho sentito. So che si presenta con le sue invenzioni, le sue profezie, e a me già entra nel cuore. Questo lavoro parla di tolleranza, di sentirsi vivi, di una ritorvata essenzialità, e lui gioca a fare ancora una volta lo spettatore di questo mondo, della vita. Renato racconta di un "imprevisto sfogo discografico", se la prende anche con le radio, con la mercificazione della pubblicità che rende tutto impersonale, anche il confondersi delle note, e ricomincia a snobare tutti come ai vecchi tempi. In fondo, mi pare, non abbia bisogno dell'aiuto di nessuno. "Se rinascerò, ricordati che mi chiamo aria... Ecco perché io amo, ecco perché non tremo, ora lo sai... mi chiamo aria".
E non c'è pietà,
per chi non prega, e si convincerà…
che non è solo una macchia scura…
il cielo!

LA FOTOGRAFIA SI RIGENERA
Di Barbara Silbe
C’è di tutto. Tanto che non sai bene dove guardare e che idea farti. Almeno all’inizio. Poi metti a fuoco, e scopri che sei nel bel mezzo di un viaggio nell’arte, nella fotografia, allo stato puro, senza limitazioni o discriminazioni. Molti linguaggi, molti autori, da ogni parte del mondo, tutti giovanissimi, chiamati a fare il punto sullo stato delle cose nel mondo della fotografia, a dire la loro su come sarà il futuro, su com’è il presente. Attraverso gli scatti esposti alla Galleria Carla Sozzani di corso Como 10 a Milano, in una rassegna dal titolo “ReGeneration. 50 fotografi di domani”, capisci come un ragazzo vede il mondo, capisci le sua angosce, i rifiuti, le follie, l’ambiente nel quale si muove. Solo un’altra mostra era riuscita a mettere in scena lo stesso tipo di indagine visuale, il titolo era “Eurogeneration. Viaggio nella giovane Europa del futuro”, due estati fa allestita a Palazzo Reale e quest’anno esposta al Museo di Roma in Trastevere. Anche lì si parlava degli adolescenti, della generazione che sarà grande domani nel Vecchio continente, vista però con gli occhi di autori affermati che hanno saputo fermare in un clic ogni loro contraddizione e differenza, ogni somiglianza ed evoluzione comportamentale. Ora sono proprio i ragazzi ad operare le scelte, a raccontare la realtà vivendola e guardandola dall’interno. Cinquanta autori emergenti, chiamati dal Musée de l’Elysée di Losanna e provenienti dalle più accreditate scuole di fotografia e d’arte del mondo, hanno provato a prevedere il futuro della più giovane delle arti visive. All’invito hanno aderito 60 istituzioni dei cinque continenti, ciascuna ha proposto dieci allievi, iscritti nei corsi del 2004 e 2005 o diplomati tra il 2002 e il 2004. Sono stati selezionati cinquanta giovani di 21 diverse nazionalità e provenienti da 29 scuole. Nessuna limitazione di genere, attitudini, scelte tematiche, tecniche o processi. Protagonista è la libertà di esprimersi attraverso un linguaggio contemporaneo, di rappresentare i pensieri, sentimenti e osservazioni attraverso un obbiettivo, provando a spiegare se stessi al grande pubblico, magari per la prima volta.
QUATTRO OBBIETTIVI PUNTATI SULL'ORIENTE
di Barbara Silbe (Il Giornale de 14/11/2005

Gli antichi ritmi dell’Oriente, le sue inarrestabili trasformazioni, le folle vocianti dei mercati e i monasteri millenari avvolti nel silenzio: diario dall’estremo Est del mondo, dove la gente ha occhi lunghi, pensieri tranquilli, giorni appesi tra due ideologie che convivono senza disturbarsi troppo. Cronaca dell’Asia fatta su misura per noi, per il nostro interesse, e che arriva al cuore passando attraverso l’arte. Attraverso la fotografia, per essere più precisi: quattro mostre di immagini, attualmente in corso, raccontano quei luoghi, scandendo istanti che sono l’essenza di una geografia lontana e di un sentire tanto differente dal nostro.
In “Impero. Impressioni dalla Cina”, personale del fotografo americano James Whitlow Delano aperta fino al 20 novembre al Palazzo della Triennale di Milano, (viale Alemagna 6, tel. 02.724341, progetto dell’agenzia Grazia Neri), un’ottantina di scatti evanescenti e dolcissimi aprono una finestra su una civiltà che oggi ci pare di conoscere, ma che non comprenderemo mai completamente. L’autore ha prodotto questo lungo réportage recandosi in Cina una cinquantina di volte, con una perseveranza quasi compulsiva. Ha percorso sentieri inesplorati, vivendo con intensità le stesse situazioni che ha registrato, restituendocele come un racconto, come allusioni, come un dono. Osserva la vita reale, la attraversa, facendola passare davanti alla fidata Leica con lenti da 35 mm e garbatamente inquadrandola. Usa il bianco e nero e la tecnica del viraggio caldo. Si muove in punta di piedi, tra villaggi e sentieri e corsi d’acqua, per non farsi notare, cercando il dettaglio che spieghi il tutto. Nessun sensazionalismo, solo gente comune osservata nel quotidiano, apparentemente in ordine casuale. Il senso generale è di smarrimento, di soffocamento. Nostro e loro. Per i rapidi mutamenti della società, per una cinesità che va scomparendo incontro al progresso. Catalogo 5 Continents Editions.
Altra faccenda è la personale che Palazzo Santa Margherita di Modena dedica a Melina Mulas. “Il terzo occhio”, questo il titolo: fino al 29 gennaio sono esposti sessanta ritratti ai lama tibetani, dove protagonisti assoluti sono quella millenaria tradizione spirituale e gli sguardi profondi e inattaccabili che in essa trovano forza. L’autrice ha svolto vent’anni di ricerca, sotto la guida dello stesso Dalai Lama, spostandosi in India, Sikkim, Francia, Austria, Nepal, Svizzera e Italia per incontrare i maestri più rappresentativi, per fermare nei suo clic i loro occhi abituati a vedere attraverso lo spirito. Le immagini esposte non hanno niente di esotico o ammiccante, il campo è ristretto alla persona, sono bianchi e nero che esaltano la fierezza e la tolleranza di una cultura, dove l’obiettivo si fa veicolo di un dialogo non violento tra noi e loro. Altro catalogo pubblicato da 5 Continents Editions.
Il Vietnam è invece protagonista di due mostre milanesi. Patrizia Di Fiore espone alla Galleria Fnac di Milano (via Torino angolo via della Palla), fino al 30 novembre. Muovendosi tra storia e futuro, tra il furore di allora e la calma del XXI secolo, l’artista cerca ancora tracce della guerra e della memoria rimasta di quella violenza nel popolo sopravvissuto e mai guarito. La Di Fiore si spinge fino ai limiti di questo lontano paese per cercare anche se stessa e il suo Occidente. Un’altra indagine sul Paese ci viene dalle opere di Roberto Ferrario, dal 4 al 18 novembre con ingresso libero allo spazio Guicciardini, via Guicciardini 6: in “Vietnam 30 anni dopo” le 40 immagini, tra sentimenti di gioia e malinconia, testimoniano i progressi della società a trent’anni dalla riunificazione. Una mostra che ha anche lo scopo di raccogliere fondi per l’associazione Care the people e per il progetto “Ospedale Amico”.