In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
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IL LEOPARDO DELLE NEVI E' RITORNATO SULL'HIMALAYA
Si muove nel cono d’ombra che si forma tra realtà e leggenda. Passo di velluto, maestoso, irraggiungibile, la natura ha scelto per lui un posto estremo dove vivere, fatto di desolazione, di ghiaccio e vette che sfiorano il cielo, di solitudini e silenzi senza fine. Animale raro e schivo, il leopardo delle nevi è considerato quasi un essere mitologico che a pochi è concesso di vedere in questa vita, come l’orso azzurro, come lo yeti. Invece l’Uncia uncia, questo il suo nome scientifico, è una creatura reale diventata leggendaria per diverse ragioni. Le sue abitudini di vita, in primis, che lo vedono distribuito sulle montagne dell’Asia centrale, di norma fra i 3 e i 4.500 metri di altitudine, su pascoli scoperti e bastioni rocciosi o in zone impervie perennemente innevate. La sua rarità è un altro elemento a renderlo misterioso: i ricercatori stimano che non ne esistano più di 4mila esemplari tra le imponenti creste Himalayane e gli altipiani del Tibet, le gole selvagge del Pamir e le immense praterie della Mongolia.
In passato, molti tassodermisti erano soliti includerlo nel genere Panthera. In realtà, a dispetto del nome, non si tratta di un leopardo ma di un felino di grosse dimensioni, il più asociale dei predatori di montagna, dalla lunga coda striata che usa anche per ripararsi dal freddo e dal folto pelo delle zampe che lo rendono più agile tra la neve, come la lince. E’ lungo circa due metri, può pesare fino a 75 chilogrammi, ha la tana in caverne o crepacci ed è in grado di catturare prede anche tre volte più grandi di lui. A questa specie schiva è dedicato un celebre romanzo in bilico tra avventura e scienza: pubblicato per la prima volta nel 1978 e scritto da Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi tratta l’incontro tra l’autore e il celebre naturalista e zoologo George Shaller ed è considerato non soltanto uno dei grandi libri di viaggio, ma un vero capolavoro della letteratura d'ogni tempo. (Pubblicato in Italia da Neri Pozza).
Il leopardo delle nevi è classificato come specie minacciata di estinzione dalla Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Come elefanti, tigri e coccodrilli, è perennemente nel mirino di bracconieri senza scrupoli che cacciano illegalmente la sua pelliccia (in Kazakistan il suo mantello può valere fino a 60 volte più del salario minimo, e il vicino Kirghizistan ha perso già almeno il 50% dei felini negli ultimi 7-8 anni). Inoltre questo felino lanoso deve misurarsi quotidianamente con la scarsità di prede naturali da cacciare. Senza contare che le ossa dei cuccioli vengono richieste e impiegate nella medicina tradizionale cinese e che la sua fama di predatore gli è valsa l’inimicizia degli allevatori locali che lo vedono come un pericolo per le greggi nei pascoli e una preda ambita per incrementare l’economia familiare. Fonti del WWF International segnalano che di recente uno scheletro intero di Uncia uncia è stato venduto per 10mila dollari.
La buona notizia, che segue questa ampia premessa, è che lo “snow leopard” è tornato a popolare i territori che la natura gli aveva assegnato, a dispetto degli eventi, a dispetto dell’incalzante antropizzazione. Dopo che i ricercatori del Comitato Ev-K2-Cnr guidati dal Prof. Sandro Lovari dell’Università di Siena, nel corso della missione nella valle del Khumbu dello scorso novembre, avevano scoperto numerosi segni di presenza del leopardo delle nevi (come impronte, graffi, escrementi), e dopo che un esemplare solitario era già stato fotografato nei pressi di Namche Bazar nel 2003, il nuovo avvistamento di due esemplari in azione sul versante meridionale del Monte Everest da parte del biologo Nepalese Som Ale è la conferma del ritorno dell'elusivo felino nell'area del Sagarmatha National Park, una delle zone montuose più affascinanti del mondo.
Il carnivoro era assente da quest’area fin dal 1960. Gli studiosi sostengono che, se non ci saranno interventi di tutela e conservazione della specie, l’animale sarà inesorabilmente destinato ad estinguersi nell’immediato futuro. Numerosi enti internazionali stanno correndo in suo soccorso per suscitare l’interesse sulla sua sorte. Oltre al World Wildlife Found e ad altre organizzazioni non governative, che portano avanti progetti in vari Paesi, tra cui la Mongolia, sembra essere interessante la proposta scientifica italiana del Comitato Ev-K2-Cnr che rivolge la sua attenzione al territorio nepalese e al Parco dell’Everest. Scopo principale dell’iniziativa, che durerà tre anni e che vede coinvolti diversi enti pubblici e privati (come il nostro Ministero per le Politiche Agricole e Forestali italiano), è quello di fare una stima attendibile del numero di esemplari presenti su quelle montagne. Saranno coinvolti cinque ricercatori, che dovranno studiare il comportamento e l’habitat del leopardo delle nevi nella regione compresa tra i villaggi di Namche (3400 metri di altitudine), Phortse (3850 m.) e il lago Gorkyo (4750 m.). Si conta anche sulla partecipazione attiva delle popolazioni locali che verranno coinvolte nell’osservazione e nel pattugliamento contro i numerosi bracconieri. Un modo, questo, per sensibilizzare la percezione del rischio che l’estinzione di questo bellissimo essere vivente comporterebbe per l’ecosistema e, conseguentemente, per l’uomo.
... Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l'amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell'abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. ...
John Fante - tratto da Chiedi alla polvere
Vaghiamo alla ricerca di porti e rive
e non possiamo mai toccare terra...

Proprio bello, Zingaretti!!!
"Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore.
Lungo questo io cammino e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza.
E qui io cammino, guardando, guardando…senza fiato"
(Don Juan - Castaneda)
FOTOGRAFARE LE NUVOLE
Le nuvole si muovono tra realtà e trascendenza. Stanno sospese tra questo e quel mondo, tra la scienza e i sogni. E catturano i nostri pensieri e la fantasia, più delle onde del mare. Le nuvole, casuali, imprevedibili, grandiose, sono al centro di una curiosa ricerca artistica. Il progetto, dal titolo “Atmospheres”, nasce dal fascino dei significati più profondi della natura e dal bisogno dell’uomo di decifrarli e dar loro un nome. L’autore, Francesco Nonino, è un raffinato fotografo di origine friulana rappresentato dall’Agenzia Grazia Neri. Ed è proprio la Galleria Grazia Neri, nei suoi spazi di via Maroncelli 14, ad ospitare la serie di scatti in bianco e nero che racconta questo viaggio tra i paesaggi della terra, un percorso a metà strada tra la documentazione scientifica e il potere delle emozioni.
Nonino si muove sotto un cielo striato di cirri, macchiato da sfumature a volte minacciose a volte ipnotizzanti, tra forme in divenire e pennellate irregolari. Fanno pensare, le sue nuvole. Fanno venire in mente il temporale in arrivo. Ci ricordano la spiritualità e quell’ordine soprannaturale di cui esse sono la sola espressione viva, pur nell’incertezza della trasparenza. Eppure, quel cielo sempre diverso è considerato dall’autore come una parte del nostro quotidiano, documentato con il mezzo comprensibile del réportage. Il fotografo si avvale anche della collaborazione del meteorologo Luca Mercalli, già noto al pubblico per la sua collaborazione con la trasmissione di Rai Tre “Che tempo che fa”. I titoli in latino dati a ogni clic rimandano alla denominazione scientifica del tipo di formazione nuvolosa che vi compare, mentre il perimetro di ogni opera comprende alla base strade e cartelli, case e persone, alberi e pali della luce. Un modo, questo, per sottolineare che il cielo e la sua rappresentazione vanno di pari passo con la nostra stessa esistenza.
Nonino, come in una sfida, sceglie soggetti difficile da ritrarre. Con linguaggio mai banale riprende temi già ampiamente sfruttati anche dalla più giovane delle arti visive. La storia della fotografia ci ha regalato scatti indimenticabili intorno al cielo e alle sue identità vaporose. Ci furono i cieli ingranditi all’infinito di Ugo Mulas, o quel diario indimenticabile di un anno di nuvole scaturito dallo sguardo poetico di Luigi Ghirri. E, più di recente, gli orizzonti dilatati tipici delle inquadrature cinematografiche di Wim Wenders. Il cielo di Nonino sembra invece ancorato al terreno, calamitato dagli avvenimenti, soggetto ai nostri stessi umori. Sotto i suoi nembi chiamati per nome, il mondo prende il suo corso e, contemporaneamente, si susseguono forme e dinamismi, curve, strisce, linee e rigonfiamenti sempre diversi, che ci parlano di noi. Come due mondi paralleli, uniti nell’atmosfera dell’interpretazione artistica.
La mostra è aperta con ingresso libero fino al 14 ottobre. Orari: 9-13 e 14.30-18; sabato 10-12.30 e 15-17; chiuso domenica. Per ulteriori informazioni, tel. 02.625271; www.grazianeri.com
SENTO
Sento la pioggia cantare la sua musica. Cade ballando per terra, mi saluta e corre via. Sento emozioni e pensieri sfiorarmi la pelle, fino ai brividi. Sento il vento lambirmi di carezze, spiegarmi cose nuove venute da lontano. E le onde, di quell'isola d'alto mare, chiamarmi e mancarmi come il sole.
Sento il gioco farsi spazio nel mio cuore. E bambini correre qui fuori. Sento la gioia e il dolore. Sento il bene, sento l'amore. E il diario dei giorni accavallarsi, coi miei pensieri. Sento la mia strada srotolarsi qui davanti. Siamo noi, forse, la via. Siamo noi, coi nostri passi, a scegliere la direzione, siamo noi a mettere un piede dopo l'altro per lasciare una traccia. Il destino è nelle mie mani, spaventosa considerazione. Il destino aveva, prima, l'alibi di fare tutto da solo. Ora so che posso influenzarlo. Posso convogliare energie verso un punto e andargli incontro. Potrei cercare rive calme, invece, quasi sempre, vado verso la tempesta, attratta dall'energia di una calamita, dalle emozioni dell'ignoto. E sento me stessa vibrare, sento la pioggia cantare.
"Chiunque voglia conoscermi – come artista, perché non c’è altro che sia meritevole d’interesse – deve guardare con attenzione le mie opere e cercare di scoprire quello che sono e quello che voglio”.
Gustav Klimt
Il bacio

Amami per amore dell'amore