In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
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A THOMAS
Ciao, piccolo Thomas. Ciao cucciolo di uomo grande come un fagiolo. Ciao a te che da poco galleggi in questo mondo grigio, questo mondo così orrendo, di bombe e odio, di furti e invidie, di paura e dolori senza senso. Ciao azzurro a mandorla, biondiccio cangiante, lungo solo tre spanne. Guardo la tua faccina che dorme e dimentico tutto. Poi una smorfia, uno sbadiglio, un pianto primordiale ti cambiano espressione, e io mi accorgo che il mio cuore batte. E il tuo pure, insieme a quello gioioso della tua mamma. Bene arrivato, cuginetto! Piccolo Tom, ti vorrei raccontare una storia. Ti vorrei spiegare di quelli che mancano, e che se qui fossero ti amerebbero anche più di me. Ti vorrei dire quante cose puoi fare, con quella tua faccia curiosa e con quelle mani delicate come un papavero. Ti vorrei dire di fare sempre attenzione. Attenzione a non sbagliare, a non inciampare, attenzione a suoni e rumori, a quel che succede, a quel che si vede, perché da ogni cosa c’è da imparare. Ti spiegherei che il fatto di esistere è semplice, ma è anche un dono smisurato, un miracolo da non sprecare. Tommy, non cedere mai alla desolazione che c'è là fuori. Non lasciarti ingannare da nessuno. Non avere paura e ama a sazietà. Non tradire le attese di chi ti vuole bene. Non farti sfuggire le occasioni che si presenteranno lungo il cammino accidentato che ti attende. E se un dubbio ti dovesse venire, domanda al tuo talento che strada prendere, fatti guidare da chi ti è vicino, o interpella i mille folletti a te devoti, e non ti perderai. Piccolo fagliolo, tante cose ti direi, tante che neanche posso contarle. Ma tu ancora non senti e non sai. E allora veglierò e scriverò per te. E aspetterò che tu sia uomo davvero. Che c’è di meglio per me, che osservare la tua eterna bellezza?
THE DRY SALVAGES
(n.3 dei Four Quartets)
Thomas S. Eliot
“Passatempi e droghe, e articoli di giornali:
E sempre sarà, alcuni di essi soprattutto
Quando le nazioni sono in afflizione e sgomento
Sia sulle coste dell’Asia che in Edgware Road.
La curiosità degli uomini indaga il passato e il futuro
E si aggrappa a questa dimensione. Ma capire
Il punto di intersezione del senza tempo
Con il tempo, è lavoro da santi
Nemmeno lavoro, ma qualcosa che è dato
E tolto, nell’annientamento di tutta la vita nell’amore,
Nell’ardore e altruismo e dedizione.
Per molti di noi, vi è soltanto l’inatteso
Momento, il momento dentro e fuori dal tempo,
L’attimo di distrazione, perso in un raggio di sole,
Il timo selvatico non visto, o il lampo d’inverno
O la cascata, o la musica udita così profondamente
Da non udirla affatto, ma voi siete la musica
Finché la musica continua”
“Calpesta le tue praterie
ascolta i tuoi venti
combatti le tue battaglie
mangia le tue radici
dissetati dai tuoi fiumi
vestiti con i tuoi bisonti
ma lasciami l’anima
fino a quando la luna attaccherà i suoi spicchi”
da un canto Dakota
L'ISLANDA CHE NON TI ASPETTI (2° PUNTATA)
Si chiama Sandra. Nome italiano, il cognome lasciamo perdere, tanto non si riesce a pronunciarlo. Appena sotto la frangetta tagliata troppo alta, lei ti guarda con due occhi chiari come il cielo dipinto da Michelangelo. Sorride. Non troppo, ma lo fa. Gli islandesi sono un po' così. Così come questa ventenne che aspetta i turisti alla reception di uno di quegli hotel della catena Foss sparsi sul territorio. Questa è gente scostante ma cortese, convinta ma disponibile a imparare, cocciuta come un orso e asciutta come aringhe secche. Ti trattano sempre come il povero viaggiatore che viene dalla terraferma, dalla città, dal clima mite del Mediterraneo e con bonaria supponenza da campagnoli incalliti ti ignorano o, quando ti danno attenzione, ti scanzonano un po'. Gentili sì, cordiali anche, ma dire che con te ci fanno amicizia è azzardare un po' troppo. Sarà frutto dell'isolamento a cui qui ci si abituare per forza, dei lunghi inverni bui che durano 6-7 mesi, della lingua, del lavoro bestiale che chi vive di pesca e agricoltura deve affrontare. Sarà, ma questa è gente ruvida, sguardo presuntuoso, pensieri pure. Basti pensare che sono convinti di avere la gastronomia migliore del mondo. Invece mangiano cose improbabili come pulcinella di mare affumicato, guance e uova di merluzzo, testicoli di montone sottaceto, pochissimi vegetali, renne e balene. Considerano prelibatezze la testa di pecora in gelatina e la carne di squalo lasciata marcire fino a sei mesi sotto questa terra scura di lava e torba. Una cosa però è imperdibile. Si chiama skyr, si trova al supermercato e ovunque. Somiglia a uno yogurt, ma non lo è. Più denso, più cremoso. Viene fatto con latte scremato cagliato montato ancora con aggiunta di latte e consumato poi con abbondanti aggiunte di panna. Lo si trova in molte varianti di gusto, alla frutta e non. Ha un alto contenuto di calcio e pochi grassi e calorie (senza panna). Nei centri commerciali e nei piccoli alimentari dei paesini invece, ci sono corsie intere di cibi in scatola o liofilizzati. Il resto è burroso, appiccicoso, lagnoso, noioso.
Le loro saghe, leggende, fiabe, parlano di uomini forti, faide, lotte, violenze. Un po' come succedeva ai tempi di Ulisse e dell'Orlando Furioso. Gli islandesi si contendono coi "vicini" norvegesi un eroe nazionale vissuto nel 1200. In pieno Medioevo nordico, quando qui la vita doveva essere ben peggiore di oggi, un certo Snorri Sturluson occupava il tempo a scrivere racconti e a coltivale rapporti diplomatici con i suoi futuri assassini. Pare intrattenesse gli amici, la moglie e le numerose amanti in una piscina riscaldata con acqua proveniente da sorgenti geotermiche. L''isola ne è piena. Sturluson visse a lungo alla corte dell'allora sovrano di Norvegia come consigliere. Finché quest'ultimo non decise che dei suoi consigli non sapeva che farsene, lo chiamò traditore, lo allontanò da palazzo e mandò in Islanda una guarnigione di ottanta uomini incaricati di eliminarlo. Sturluson così finì per morire assassinato, lasciando testi interessanti che narrano fatti veri e storie inventate, specchio fedele dell'epoca in cui visse.
L'ISLANDA CHE NON TI ASPETTI (1° puntata)
Pensi all'Islanda e ti vengono in mente i licheni, i vichinghi e le ragazze bionde. Ti vengono in mente tutti quegli stereotipi che quando ci riguardanano (maccheroni, mafia, marechiaro), ci infastidiscono tanto. Poi arrivi qui e scopri che ci sono davvero, ma c'è molto di più. Ci sono mucche che hanno un mantello tigrato, come i boxer. Ci sono onde di schiuma gelata dall'Atlantico e cascate possenti che colano da ghiacciai appoggiati da secoli sulla crosta nera di quest'isola nordica alla deriva tra America ed Europa. C'è abbondanza di moscerini, di scrittori e di storia. Manca il sole, ma quello te lo aspetti, sempre travolto da cumuli di nubi in tutti i toni del grigio che ti inseguono e cambiano con te. E poi c'è la gente. Poca, sparsa a casaccio tra le campagne verdi e lungo le coste merlettate. Qui vivono di allevamento e pesca, altro non si può pretendere. Le sole coltivazioni possibili, tranne qualche eccezione, avvengono in serre ambiziose riscaldate dall'energia geotermica. Cetrioli lunghissimi, pomodori pallidi, fagioli e perfino banane, tu pensa, banane, come ai Tropici. I prodotti delle serre li trovi in vendita in curiosi carrettini che i contadini locali abbandono nei pressi delle proprietà. Confezionano gli ortaggi in piccoli sacchetti di plastica trasparente, già pesati, già dosati. Tu arrivi, li vedi, dovresti prenderli e pagare in corone infilando il denaro in una cassettina appositamente predisposta. Dalle mie parti si porterebbero via anche il carrettino, ma qui si fidano anche di chi è foresto. Non c'è delinquenza, non ci sono furti nè rapine in questo paradiso artico.
L'inverno qui è alienante, fatto di buio senza tregua. Ma la gente in estate si anima di energia nuova più che da noi, e vive ventiquattr'ore di luce, sempre sveglia a socializzare, cenare, ballare, parlare. In Islanda ci trovi tutto quello che ti spaventa e ti attrae. Crepacci e mare in tempesta, vulcani che sputano fumo e fuoco e cenere ed eventi sismici che scuotono il territorio. E poi c'è il vento. Un vento che sa spostare le macchine parcheggiate. Un vento che leva le onde, che ferma le barche in porto e non fa volare nemmeno i gabbiani. Glii uccelli migratori, qui ne arrivano diverse specie, sono costretti a fare i nidi a terra. Si sono adattati a un Paese senza alberi. O meglio, una volta c'erano, sono stati distrutti dall'antropizzazione. Ora però stanno ripiantumando. Pini e betulle in prevalenza. Le lande desolate d'Islanda sono tappezzate anche da un ammaliante fiore blu. Somiglia all'erica d'Irlanda, alla lavanda di Provenza, ma è grosso come un giacinto, forma cespugli che ti arrivano alle ginocchia. Lo si vede già all'uscita dall'aeroporto di Keflavik e ti accompagna col suo profumo dolciastro lungo tutte le strade. Le strade, oh, le strade. A parte la route numero 1, che da queste parti viene considerata autostrada e invece sembra una statale di provincia che percorre tutto il perimetro dell'isola (due strette corsie, due sensi di marcia, l'oceano da una parte le montagne dall'altra), il resto è fatto di sterrati duri che quando piove si trasformano in fango e pozzanghere. Il resto è invaso da sassi e capre che ti attraversano all'improvviso incuranti dei tuoi bisogni. Danno lana pregiata e abbondante, che finisce per essere usata per abbigliamento che qui da noi sarebbe troppo caldo anche a gennaio in alta quota.
Vini e vitigni a 2.760 metri È la cantina più alta del mondo
Barbara Silbe
Le strade del vino portano ora in alta quota, dove l'aria è più fine, dove sapori e profumi sono esaltati, dove tutto acquista carattere e intensità, noi compresi. Le strade dell'enogastronomia valtellinese salgono da oggi al Passo dello Stelvio, a 2.760 metri di altitudine, tra vette possenti e nevi incombenti, tra silenzi e spazi selvaggi dove la wilderness domina ancora sull'uomo, nonostante tutto. Grazie a un'idea della Banca Popolare di Sondrio, nasce il primo centro di affinamento del vino più alto del mondo, presentato nella giornata di ieri durante la manifestazione «Valtellina: un concerto di sapori». Un'iniziativa per rispondere ad una semplice domanda: ma è poi vero che il vino in quota migliora? La rarefazione dell'aria fa bene a tutti e a tutto, ma non è mai stato provato scientificamente che anche il vino possa trarre beneficio da una conservazione avvenuta così. Così, sono stati interpellati esperti del settore e ogni anno, per i prossimi dieci, un'apposita commissione effettuerà due degustazioni, a maggio e ottobre, per verificare come procede la maturazione del prodotto e confrontarlo, a parità di etichetta, con quello stoccato a fondovalle. La Valtellina, che già nel Codice Atlantico di Leonardo da Vinci era definita «valle circondata da alti e terribili monti, fa vini potenti ed assai», vanta radici vitivinicole antichissime che risalgono ai celto-liguri, i quali appresero le tecniche di coltivazione addirittura dagli etruschi. Dal fiume Adda fino alla Punta Perrucchetti, nell'agricoltura della provincia la vite costituisce da sempre una costante e la sua coltura ha assunto nei secoli un ruolo determinante, modificando il paesaggio antropizzato e condizionando la vita economica e sociale dei suoi abitanti. Gli storici rossi locali docg (il Grumello, l'Inferno e il più ambito e particolare Sforzato, per citarne alcuni), sono ottenuti da vitigni di montagna da una varietà di nebbiolo tipica del luogo, la chiavennasca, termine che deriverebbe dalla voce locale «ciù venasca», ossia più adatta a fare vino.
E nella giornata di ieri, una grande festa dei monti ideata dal Consorzio di tutela dei formaggi Bitto e Casera e che ha visto la partecipazione di molti enti e consorzi della Valle, della Camera di Commercio di Sondrio, dell'Ana, del Parco dello Stelvio e di Pirovano, l'università dello sci - durante la quale sono stati invitati anche i vicini consorzi del Trentino Alto Adige e della Svizzera - è stato ufficialmente inaugurato un singolarissimo programma decennale. Si è costituita un'atipica banca del vino, che non avrà scopi di commercializzazione come quella del borgo di Pollenzo (Bra, Piemonte), ma piuttosto di studio scientifico e di affinamento dei rossi valtellinesi e non, in una cantina posta a tremila metri sul livello del mare dove si prevede di dare ospitalità proprio a tutti. «Il nuovo spazio - racconta Casimiro Maule, presidente del Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina - ospiterà per ora 450 bottiglie, per un totale di quindici vini importanti, trenta per ogni tipo. L'unica condizione fondamentale è che la temperatura della cantina non deve mai scendere sottozero, per non rischiare danneggiamenti del prodotto e un cittadino di Bormio si è già offerto di coibentare il locale per un migliore isolamento. Non verranno però assegnati punteggi - prosegue Maule - non ci sono invidie o gare di sorta. Solo un attento lavoro d'equipe all'insegna della qualità e dell'entusiasmo. E gli invitati elvetici, trentini e altoatesini - conclude - hanno già detto che metteranno a disposizione i migliori prodotti della loro gastronomia».

Sono appena tornata dall'Islanda, terra estrema, magia alla deriva nel bel mezzo dell'oceano. Ho percorso 3600 chilometri in macchina, continui spostamenti tra vulcani, geyser, fiordi e foche. Sono stanca ma felice, appagata da una esplorazione ai confini del mondo durante la quale ho incontrato gente che vive in totale isolamento tra silenzi, freddo e animali incredibili. Sono state due settimane faticose, su strade impraticabili fatte di fango e sassi, con pioggia e vento che ti cadono addosso di traverso, montagne di lava incombenti sulla testa, onde gelate e nuvole che corrono insieme a te. Pubblicherò presto un reportage, per ora un'immagine parla per me.