In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.

Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
Giuvale in SULLO SCAFFALE Pacch...
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"Il futuro appartiene a chi crede nella bellezza dei propri sogni"
ANNI SESSANTA, QUANDO ASCOLTANDO I BEATLES GLI ITALIANI "FACEVANO" LA RIVOLUZIONE
Eravamo tutti lì, senza esserci abituati. Eravamo lì come in un sogno fatto di suoni e passioni mai provate prima. Eravamo pieni di aspettative e illusioni e, dio, come eravamo giovani. Mica è come adesso, che si va ai concerti spendendo una fortuna, con quella spavalderia da ragazzi un po’ cresciuti che ne hanno viste di tutti i colori e più niente ci impressiona. Allora era allora, era quarant’anni fa, erano i favolosi Beatles che venivano in tournée in Italia per un evento che ci avrebbe resi tutti maledettamente anticonformisti, o così almeno credevamo. Era il Bel Paese fecondo e positivo che viaggiava in Cinquecento, faceva vacanze in Vespa e fantasticava di comprarsi il primo frigorifero. Mica avevano tante pretese allora, eppure sembrava di sì. E sembrava che quella sera del concerto al Vigorelli si potesse cambiare anche il nostro piccolo mondo. Il 24 giugno del 1965, sono passati quattro decenni, i “Fab Four” portarono a Milano la musica beat. Era uno dei primi eventi musicali all’aperto. Protagonisti di quel concerto, oltre alla mitica band, erano i giovani. Nuovi soggetti sociali, vitali, desideranti, creativi, fondamentali per i cambiamenti culturali e di costume che avevano causato o passivamente subito. E proprio a quei ragazzi, ai loro gusti, alle loro tendenze è dedicata la mostra fotografica “’60. Gli anni giovani. La musica, i consumi, gli stili di vita”, organizzata da Coop Lombardia presso il Supermercato di via Arona a Milano da oggi fino al 31 luglio. Non sono esposte opere d’autore, ma piuttosto scatti che provengono dal mondo della foto-cronaca giornalistica e aiutano a rendere una dolceamara testimonianza dell’atmosfera di quegli anni. Attraverso la rievocazione di uno spettacolo, si osservano volti, sguardi, abiti, gente e cose, un piccolo spaccato d’epoca, un irripetibile “giorno nella vita” del secolo scorso, quando le trasformazioni avevano ormai preso la strada del futuro.
La rassegna, che si snoda tra l’atrio del supermercato, il garage, gli scaffali dedicati alla grande distribuzione, accoglie clienti e visitatori con gigantografie e tunnel tematici che fanno rivivere, almeno visivamente, i favolosi anni Sessanta. Una raccolta storica di immagini che fanno sorridere, perché raccontano l’arrivo di Ringo, Paul, John e George nel capoluogo lombardo assediato dai fan in delirio. Sbarcati alla Stazione Centrale dopo un concerto a Lione, alloggiarono all’Hotel Duomo, si concessero ai giornalisti e poi via, sul palco, per presentare tutti i loro successi, tra duetti con la chitarra e immancabili inchini alla fine di ogni canzone. Una folla ad attenderli, vestiti come loro, pettinati come loro. Quelle adolescenti in delirio sotto il palco, ciglia finte, occhiali bianchi e ciuffo alla Jackie Kennedy, adesso sono mamme o nonne. Ascoltavamo i Quattro di Liverpool e ci frullava per la testa di rivendicare il nostro irrinunciabile “diritto alla conoscenza”, alla libertà, all’emancipazione, eppure… Eppure, tutte quelle “Michelle” nostrane, nel futuro vedevano la famiglia, i figli, l’ultimo modello di lavasciuga. Come prima, come tutte noi, come sempre sarà.
La mostra “’60. Gli anni giovani. La musica, i consumi, gli stili di vita” è aperta con i seguenti orari: dal lunedì al giovedì: 10.00 – 20.30; venerdì, 9.00 – 22.00; sabato 9.00 – 20.30. Catalogo Skira. Chiuso domenica. Info: 800.016706; www.60gliannigiovani.it.
That's what I call paradise
ALBERI
(...) "Così mi trovo a stare la giornata in un giardino a badare ad alberi e fiori e a stare zitto in molti modi e dentro qualche pensiero di passaggio, una canzone, la pausa di una nuvola che toglie sole e peso dalla schiena. Vado per il campo con un nuovo alberello di melo da piantare. Lo metto giù, lo giro, guardo i suoi rami appena accennati tentare posto nello spazio intorno. Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. (...) Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. Se viene da un vivaio e deve attecchire in suolo sconosciuto, è confuso come un ragazzo di campagna al primo giorno di fabbrica. Così lo porto a spasso prima di scavagli il posto".
da "Tre Cavalli", Erri De Luca
La gloria è simile ad un cerchio nell'acqua che non smette mai di allargarsi,
fino a che, a causa del suo stesso ingrandirsi, non si disperde in un nullaca a
William Shakespeare
Ogni volta che parlo di te
tu fai parte o non parte di me
ogni volta che piango per te
tu fai parte o non parte di noi
E mille nuovi amori cercherò
per non amarti più
ma mai nessuno al mondo sarai tu
...
voglio te voglio te, voglio te
perché tu, tu fai parte di me
voglio te, voglio te, voglio te
fino all'ultimo sguardo
all'ultimo istante
all'ultimo giorno che avrò.
Viaggio a ritroso nella fotografia del ’900
di Barbara Silbe 
Un sequel. Se fosse un film sarebbe un sequel, il seguito di una storia avventurosa e seducente che narra il Novecento in tantissimi fotogrammi. Invece è una mostra, di immagini. Tante, circa duecento. Tutte a modo loro attuali: anche se raccontano il passato, servono a spiegare il presente e fanno riflettere su ciò che ci attende. «La Collezione Fnac. Viaggio attraverso un secolo di fotografia», questo il titolo: a Verona, agli Scavi Scaligeri, va in scena il secondo atto di uno spettacolo cominciato nel 2002, un nuovo round per far conoscere al grande pubblico la corposa collezione delle Gallerie Fnac, impossibile da sviluppare in una sola puntata e che, con tutta probabilità, si completerà con una trilogia. Una Guerre Stellari dell'arte che vanta numeri considerevoli: duemila opere raccolte dagli anni Settanta, 105 gallerie in Francia e sparse per il mondo, di cui 5 a Parigi, 6 in Belgio e in Brasile, 9 in Spagna, 4 a Taiwan e 5 in Italia, con spazi dedicati a eventi culturali e workshop a tema con gli autori Ogni anno, 500 mostre di cui 50 nuove, per diventare, in ogni luogo, un punto di riferimento consolidato di libero scambio tra pubblico e fotografi. La collezione è stata creata con l'intento di sostenere i giovani talenti dell'obiettivo, per il puro gusto di conservazione delle opere. La sua caratteristica è quella di porre sempre sullo stesso piano firme del panorama internazionale e autori meno conosciuti, provenienti dall'Africa, dal Medio Oriente o da Cuba, di cui fino ad ora si era ignorato il talento. Nel «cast» di questo spettacolo recitano alcuni dei migliori attori del genere: Willy Ronis, Jan Saudek, Mimmo Jodice, Tina Modotti, Jacques-Henri Lartigue. Non ci sono limiti di età, stile, pensiero, linguaggio. C'è l'architettura newyorkese anni Trenta di Berenice Abbot accanto alla Berlino avveniristica di Gabriele Basilico. Ci sono i cani divertenti di Elliott Erwitt e le donne enigmatiche di Man Ray. Le strade deserte, evanescenti di Wim Wenders e i ritratti di Inge Morath o William Klein. E ancora le foto di moda di Pierre Boulat e David Bailey, i reportage di Ferdinando Scianna, i neri di Seydou Keita, i nudi di Ralph Gibson, le ricerche stilistiche di Alain Fleig o la natura di Jean-Pierre Gilson.
A completare l'evento, in contemporanea con la mostra veronese, le 5 gallerie fotografiche Fnac della penisola (Milano, Torino, Genova, Verona e Napoli), ospitano altrettante mostre sempre tratte dalla raccolta dei grandi magazzini francesi. Un unico grande appuntamento, a cura di Laura Serani, che ripercorre le strade intraprese dai pionieri del clic per arrivare alle avanguardie, indagando le creazioni di professionisti capaci di catturare il tempo, di rappresentare il vero alla maniera di De Nittis o Giovanni Verga, consegnando ai posteri le loro stesse commozioni. Il catalogo, edito da Mazzotta, ha lo stesso titolo di quello precedente: «La fotografia tra storia e poesia». Si replica fino al 2 ottobre.
"LE MIE FOTO? SERVONO AD AGGIUSTARE IL MONDO"
7 giugno 2004 di Barbara Silbe
Intervista al reporter Moises Saman, secondo premio del "World Press Photo 2004"
Capita a volte di incontrare uomini straordinari. Gli stringi la mano, li guardi negli occhi scuri, e capisci subito tutto. Sui sogni fatti e da fare, sulla loro forza e sulle debolezze, sul senso della vita che intendono svolgere. Capita poi di accorgersi che non sono uomini ancora, ma ragazzi già grandi che pensano e agiscono da eroi del nostro tempo senza nemmeno saperlo. È il caso di Moises Saman, trentenne fotografo spagnolo appena rientrato dall’Irak, che prende il mestiere di giornalista come una missione e che considera il suo talento come l’inclinazione donatagli da Dio per aggiustare il mondo. Il titolo del suo primo libro è "This is war. Witness to man’s destruction." Presentato a Milano in anteprima mondiale alla galleria Grazia Neri, è un sunto del suo lavoro di reporter di guerra: cinque viaggi in Afganistan, quattro in Palestina, tre nell’ex paese di Saddam, compiuti per offrirci la sua testimonianza sul dolore e sulle sofferenze causate dalle bombe.
"Quando sono in mezzo a tutto quel furore senza significato — racconta Saman con timidezza — mi concentro sulle persone. Non pretendo di influenzare la storia, ma se anche solo un uomo cambia opinione guardando i miei scatti, per me è un successo impagabile. Io sono lì per riprendere i fatti, non faccio politica, cerco di creare un rapporto di rispetto e fiducia con i miei soggetti, di essergli vicino intimamente, per capire meglio cosa provano".
Vive in America e lavora per il giornale newyorkese Newsday. Una delle sue fotografie ha ottenuto il secondo posto al "World Press Photo Price" una bella conquista per un fotografo diventato professionista solo da cinque anni. "L’ho scattata in un ospedale dopo il primo attacco statunitense — prosegue l’autore -. Mostra il volto di un iracheno seriamente ustionato che mi guarda dal suo letto. Era completamente ricoperto da una pomata gialla protettiva, il suo sguardo sembrava chiedermi risposte che non avevo e mi offriva la sua anima da mostrare al mondo". Durante la permanenza a Bassora, nel marzo , è stato fermato con alti suoi colleghi dalla polizia locale e tenuto in carcere per otto giorni, e lui sdrammatizza: "il regime stava cadendo, c’era tensione. Il mio visto era scaduto da poco, ma sono rimasto lo stesso nel paese perché si stava compiendo ina fase importante. Pensavano fossimo spie, poi per fortuna si è chiarito tutto". Il suo giovane sorriso fa una pausa, poi conclude sincero: "So di non poter vantare ancora l’esperienza dei grandi autori, ma penso positivo, ho tanta energia e l’ingenuità per buttarmi in mezzo alle situazioni e inventare inquadrature che hanno la forza di parlare a tutti, con un linguaggio universale, e che magari serviranno a dare un senso al nostro stesso futuro".
Il libro fotografico di Moises Saman è pubblicato dalle Edizioni Charta.
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| Mescola, Stefano Carloni. Mescola stili e colori, come un pittore. Mescola pensieri e li fa passare attraverso la cruna di un obiettivo, il suo occhio meccanico sul mondo per scoprire noi e se stesso. Ha un approccio alla fotografia fatto di istinto e sentimenti, ma ottiene buoni risultati anche dal punto di vista tecnico. Da domani la Libreria Ulrico Hoepli, via Hoepli 5, gli rende omaggio con la mostra «Personali solitudini», aperta fino al 15 gennaio. La più giovane delle arti visive è per Carloni una passione coltivata da autodidatta. Nato a Terni nel 1965, vive a Napoli fino al 1995 per poi trasferirsi a Milano dove ancora lavora come ingegnere. Gli scatti esposti, a colori e in bianco e nero, raccontano solitudini attive e passive, intimità e isolamento, estraniazione ed emarginazione, condanna e conquiste, in un contrasto infinito. Carloni inventa le sue poesie di carta inseguendo le nuvole, come faceva Luigi Ghirri, o inquadra i concetti affacciati sull’orlo delle pozzanghere, come Henri Cartier-Bresson. Di suo ci mette la consapevolezza di chi si sente tutt’uno con l’universo pur cosciente della propria estraneità. Le sue immagini sono lampi di quotidiano rubati a ogni angolo: uno stadio, una piazza, una biblioteca, il porto di Palermo, un museo newyorkese, la vetrina di un negozio o la panchina di un parco. Ogni soggetto è posto di fronte ai suoi fantasmi, ma l’autore sembra fornirci una scappatoia alla paura, una chiave d’accesso alla realtà dentro e fuori dal nostro essere, quella del confronto con la vita, unico antidoto contro le nostalgie. Stefano Carloni è rappresentato in Italia dall’agenzia Cubo Images. Per informazioni, tel. 02.8648.7208. | ||||
Mostra "The world's most photographed" a Londra
Il ritratto sta alla fotografia come un insetto all’entomologo. Il ritratto è, per un fotografo, spazio privilegiato di indagine introspettiva, momento chirurgico di conoscenza che consente di valicare le barriera tra individui. Il genere non può essere immediato, né superficiale. E’ fatto di interpretazioni, emozioni e narrazione, più di un romanzo, più di un réportage. A questo modo invadente che la fotografia ha di raccontare storie, la National Portrait Gallery di Londra dedica due mostre molto diverse per tematiche trattate e orientamenti suggeriti.
La prima, dal titolo “The World’s Most Photographed”, a cura di Robin Muir, raccoglie i clic di differenti autori a dieci grandi personalità della storia. Per la prima volta lo spazio londinese, in collaborazione con la BBC, esplora vita e leggenda di personaggi come la Regina Vittoria, Adolf Hitler, Greta Garbo, James Dean o John F. Kennedy, per capire come la fotografia sia stata anche un mezzo utile per raggiungere fama e potere manipolando la realtà. Ci sono pose istituzionali e frammenti di vita vissuta, atteggiamenti insoliti o accuratamente studiati per fare propaganda. C’è una Audrey Hepburn come non l’avevamo mai vista, colta in un momento di pausa sul set, le gambe tese e scoperte a rivelare la perfezione del suo corpo. C’è Muhammed Ali a riposo su una sedia a dondolo, i tratti duri da pugile addolciti da una luce di taglio che entra dalla finestra. E ancora immagini che hanno contribuito a costruire il mito Marylin Monroe, lo sguardo semplice e sereno del Mahatma Gandhi o quello vanitoso di Elvis Presley, mentre si pettina prima di andare in scena. L’altra rassegna è dedicata a due artisti africani specializzati nel ritratto in studio. Samuel Finlak e Joseph Chila, questi i loro nomi, entrambi originari del Camerun, sono stati invitati a Londra dalla stessa National Portrait Gallery. Durante il soggiorno i due hanno realizzato una serie di scatti, con stili e approcci diversissimi, a persone londinesi o camerunesi residenti nella capitale britannica. I soggetti, pose statiche e volti privi di espressione, sembrano concedersi con orgoglio e diffidenza all’indagine dei fotografi che, celati dietro un obiettivo trasformato in microscopio, compiono una complessa e acutissima ricerca socio-culturale.